Il Memorandum Italia-Libia e le perplessità delle organizzazioni umanitarie

Paolo Gentiloni (foto d'archivio) Paolo Gentiloni (foto d'archivio) ©Maurizio Riccardi
Lo scorso 3 febbraio è stato firmato, dal primo ministro Paolo Gentiloni e dal suo omologo libico Fayez al-Serraj, il Memorandum d'intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all'immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana.

Il documento, con validità triennale rinnovabile al suo scadere per altri tre anni, prevede sostanzialmente l’impegno dell’Italia di supportare tecnicamente e tecnologicamente il governo libico, da noi riconosciuto, nel controllo delle frontiere marine e di quelle terresti al sud della Libia, porta d’ingresso nel paese per migliaia di migranti; vale a dire training, equipaggiamento, assistenza alla guardia costiera libica, droni per il controllo dei confini, ma anche supporto per energie rinnovabili, infrastrutture, trasporti, sviluppo delle risorse umane.

 

L’italia si impegna inoltre nella fornitura di attrezzatura medica e medicinali, e nell’ampliamento ed adeguamento dei centri in cui vengono raccolti i migranti da dove poi vengono gestiti i rimpatri assistiti.

Da parte sua il geverno di al-Serraj si imepegnerà maggiormente a fermare i flussi migratori illegali. In una settimana infatti, più di mille migranti sono stati intercettati dalla Guardia costiera libica, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera.

Inoltre, i due paesi si imegnano ad intraprendere azioni anche nell’avvio di programmi di sviluppo, attraverso iniziative di job creation adeguate, nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione illegale, traffico di esseri umani e contrabbando.

Parte di questi investimenti attigenranno dal nuovo Fondo per l’Africa, un fondo di 200 milioni per il solo 2017, che così viene presentato con cui il Governo italiano “intende avviare un piano straordinario di cooperazione con alcuni paesi chiave dell’Africa per il transito o l’origine dei migranti via mare, con risorse per investimenti a fronte di impegni sulla gestione dei flussi”.

Nonostante il plauso dell’UE per questo accordo, e nonstante tanto si sia parlato di investimenti sui territori locali per creare possibilità lavoro che migliorino le condizioni di vita ed abbassino quindi la necessità di lasciare il proprio paese, molte organizzazioni umanitarie tra cui MSF, la Caritas, Migrantes, MEDU, Amnesty si dichiarano preoccupate ed allarmarmate.

Medici Senza Frontiere, oltre a “denunciare con forza l’ipocrisia ed il cinismo di un accordo che, sostenendo le intercettazioni in acque territoriali da parte della guardia costiera libica, intende costruire in mare una barriera che impedisca a chi fugge di raggiungere le frontiere dell’Europa, che comporterà per migliaia di esseri umani, come immediata conseguenza detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, stupri, sfruttamento e respingimenti nei paesi di origine. Senza alcun riferimento ad alternative sicure per coloro che non possono più restare in Libia o che sarebbero in pericolo di vita qualora venissero rimandati nei rispettivi paesi di origine”; pubblica un tweet modificando la frase di Gentiloni “accordo Italia-Libia: cooperazione allo sviluppo e impegno comune nel contrasto al traffico di esseri umani” in “accordo Italia-Libia: cooperazione alla sofferenza e impegno comune nel sostegno al traffico di esseri umani” accostando alla foto della rituale stretta di mano tra Gentiloni e al-Serraji, due immagini che ritraggono le condizioni disumane di detenzione dei migranti in Libia.

Medici per i Diritti Umani definisce l’accordo “probabilmente inefficace e certamente inumano, perché il governo di Serraj controlla ad oggi solo una parte molto ridotta del territorio nazionale libico e non ha il pieno controllo neanche della capitale Tripoli; e perché l’accordo ha palesemente come unico obiettivo quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico”

La Caritas ribadisce e fa notare come ci siano tuttora violazioni dei diritti umani poiché in Libia «sono presenti ancora oggi carceri per migranti dove si verifica quello che nessuno a volte riesce neanche ad immaginare».

Inoltre anche l’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, e l’Oim, organismi che dovrebbero quantomeno essere ascoltati dal governo italiano in questa situazione, ritengono che “nella situazione attuale, la Libia non possa essere considerato un paese terzo sicuro, né si possano avviare procedure extra-territoriali per l’esame delle domande di asilo in nord Africa”

Ci sono state molte inchieste, reportage video o fotografici, libri, come “Esodo” di Domenico Quirico, che hanno raccontato e mostrato le condizioni dei migranti in Libia. Condizione disumane, in cui le persone vengono torturate, stuprate e segregate in catene. Basterebbe ascoltare i racconti di chi giunge sulle nostre coste per porsi le giuste domande.

Inoltre, come fa notare Fabrizio Gatti, in un trafiletto de L’Espresso di questa settimana, parte del problema va cercato anche altrove, come ad esempio dai vicini cugini francesi, sostenitori del generale Khalifa, oppositore del governo di Tripoli, che hanno grandi interessi energetici, militari e commerciali in molti paesi al Sud della Libia, come ad esempio il Niger, stato africano in cui l’elettricità giunge al 3% della popolazione, e dal quale la Francia ricava, grazie all’estrazione di uranio, un terzo del suo fabisogno elettrico, pagando 0 tasse, 0 diritti di produzione, 0 dividendi, 0 premi. È forse quindi da queste situazioni che bisognerebbe partire per cercare le cause delle migrazioni? Ed è forse iniziando ad investire seriamente in progetti formativi, economici e produttivi nei paesi di partenza che si potrebbe trovare una soluzione adeguata ed umana? 

Ad oggi, è come se per riparare una perdita d’acqua in cucina ci limitassimo a chiudere il rubinetto spostandoci in salone. Questa storia però, invece di acqua, parla di uomini.

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