Un ricordo di Humphrey Bogart a 60 anni dalla sua scomparsa

Humphrey Bogart negli anni Cinquanta Humphrey Bogart negli anni Cinquanta foto Carlo Riccardi
Sessant’anni fa, il 14 gennaio 1957, moriva a Los Angeles il grande Humphrey Bogart.

Nato a New York nel dicembre 1899, icona del cinema americano classico (sicuramente il più citato della storia del cinema - da Jean-Luc Godard al Woody Allen di Provaci ancora, Sam), intramontabile mito per differenti generazioni di donne per via del suo personaggio di “touch guy” dall’animo nobile, viene dal padre medico a seguire le sue orme, ma lui si fa espellere dalle scuole superiori e si arruola in Marina durante la Prima guerra mondiale. A causa dell’esplosione di una granata rimane leggermente ferito al labbro superiore e da allora la ferita medesima e un conseguente piccolo difetto di pronuncia della “s” (blesità) rimarranno caratteristiche peculiari del suo volto e della sua recitazione.

Comincia a calcare le scene teatrali all’inizio degli anni Venti e nel ’30 esordisce - senza successo - in un cortometraggio.

Per circa quattro anni si divide fra teatro e ruoli secondari sul grande schermo (Anima e corpo - 1931 - di Alfred Santell, Big City Blues - 1932 - di Mervyn LeRoy, Three on a Match - 1932 -, anch’esso diretto da Mervyn Le Roy, La sedia elettrica - 1934 - di Chester Erskine), fino a quando, nel ’34, ottiene ottimo successo sul palcoscenico nel ruolo del gangster Duke Mantee ne La foresta pietrificata e il suo collega e amico Leslie Howard (La primula rossa - 1934 - e futuro Ashley di Via col vento - 1939 - di Victor Fleming) lo mi porrà per lo stesso ruolo anche nella versione cinematografica di due anni dopo diretta da Archie Mayo e interpretata anche dallo stesso Leslie Howard e da una giovane Bette Davis.

La sua eccellente performance, che caratterizza la figura del fuorilegge in modo differente in confronto ai precedenti modelli, gli fa ottenere un contratto di sette anni con la Warner Bros e, fino al ’41 gira oltre venticinque film (fra cui ricordiamo La strada sbarrata - 1937 - di William Wyler, Legione nera - 1937 - di Archie Mayo, Gli angeli con la faccia sporca - 1938 - di Michael Curtiz, Strada maestra - 1940 - di Raoul Walsh, e anche alcuni B-movies) riproponendo di frequente lo stesso personaggio di gangster, via via arricchito di nuove sfumature.

Unica eccezione è rappresentata da Le cinque schiave (1937) di Lloyd Bacon, in cui interpreta un avvocato idealista e determinato, ruolo che gli servirà in seguito per sviluppare ulteriormente il suo personaggio di uomo disincantato e controcorrente, ma nello stesso tempo ancorato alla sua ferrea morale personale.

La svolta definitiva della sua carriera arriva nel ’41, con l’interpretazione di Earle, il gangster protagonista di Una pallottola per Roy di Raoul Walsh, personaggio violento e cinico ma sensibile, braccato dagli agenti di polizia nella sua solitudine fisica e morale, e che diventerà il prototipo di tutti i difensori della giustizia che interpreterà negli anni successivi. A partire, nello stesso anno, dal detective Sam Spade nel noir Il mistero del falco (1941) di John Huston e soprattutto con l’apparentemente cinico Rick in Casablanca (1942) di Michael Curtiz, in cui lavora con Ingrid Bergman, Paul Henried, Claude Rains, Conrad Veidt e Peter Lorre, e con cui ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista; dolente e altruista “eroe” che si sforza per non sembrare tale e che sacrifica il benessere, l’amore (e forse anche la vita) per la causa antinazista.

Consacrato come nuovo “eroe romantico” del grande schermo, si ripresenta nelle stesse vesti in Acque del Sud (1944) di Howard Hawks, in cui lavora con la giovane ed esordiente Lauren Bacall (1924-2014), che diventerà sua compagna nella vita e sua bravissima partner in alcuni film noir, fra cui spicca Il grande sonno (1946) di Howard Hawks, tratto dal libro di Raymond Chandler (già cosceneggiatore dell’eccellente Double Indemnity - 1944 - di Billy Wilder, uno fra i maggiori noir americani degli anni Quaranta), in cui offre un’efficace caratterizzazione del detective Philip Marlowe, caratterizzazione ai limiti dell’autoironia e con cui dovranno misurarsi tutti gli attori che, in epoche successive, interpreteranno lo stesso personaggio (il grande Robert Mitchum in Marlowe, il poliziotto privato - 1975 - di Dick Richards e in Marlowe indaga - 1978 - di Michael Winner, Elliott Gould ed altri).

Fra gli altri noir interpretati con Lauren Bacall ricordiamo La fuga (1947) di Delmer Daves e L’isola di corallo (1948) di John Huston.

Personalità anticonformista anche nella vita reale, nel ’47, insieme a Lauren Bacall, partecipa ad una marcia contro la cosiddetta “caccia alle streghe” che stava cominciando a segnare l’epoca del maccartismo (1947-55).

Negli anni successivi, continuando a tener fede al suo personaggio di uomo disincantato dalla ferrea morale, interpreta film di vario genere. Fra i suoi ruoli drammatici Il tesoro della Sierra Madre (1948) di John Huston, in cui è un avventuriero in cerca d’oro, I bassifondi di San Francisco (1949) di Nicholas Ray, in cui, con maggiori approfondimenti psicologici e maggior coscienza sociale, ripropone il personaggio dell’avvocato difensore dei deboli maltrattati dalla società e dalla vita, La contessa scalza (1954) di Joseph L. Mankiewicz, in cui è un regista che “perde la battaglia” per l’attrice di cui è innamorato.

Mette a frutto le sue esperienze giovanili da marinaio nell’avventuroso La regina d’Africa (1951) di John Huston, in cui è Charlie Allnut, proprietario di un vecchio battello che viene convinto da una missionaria (interpretata da Katharine Hepburn) a far la guerra ai tedeschi da solo con la sua imbarcazione. La sua fine e calibrata interpretazione verrà premiata con l’Oscar come Miglior Attore Protagonista (l’unico della sua carriera).

Tre anni dopo tornerà in mare ne L’ammutinamento del Caine (1954) di Edward Dmytryk, in cui lavora con Fred MacMurray, José Ferrer e Van Johnson.

Nello stesso anno si mette alla prova anche nella sophisticated comedy con Sabrina (1954) di Billy Wilder, in cui lavora con Audrey Hepburn e William Holden.

Torna a interpretare un fuorilegge in fuga nell’ottimo Ore disperate (1955) di William Wyler.

Fra gli altri film ricordiamo Sahara (1943) di Zoltan Korda, Il giuramento dei forzati (1944) di Michael Curtiz, Nebbie (1945) di Curtis Bernhardt, in cui interpreta un uxoricida, Solo chi cade può risorgere (1947) di John Cromwell, La seconda signora Carroll (1947), in cui lavora con Barbara Stanwyck interpretando nuovamente un ruolo negativo, Il diritto di uccidere (1950) di Nicholas Ray, L’ultima minaccia (1952) di Richard Brooks, considerato (insieme a Quarto potere - 1941 - di Orson Welles, L’asso nella manica - 1951 - di Billy Wilder, Un volto nella folla - 1957 - di Elia Kazan, Prima pagina - 1974 - di Billy Wilder, Quinto potere - 1977 - di Sidney Lumet, Tutti gli uomini del Presidente - 1977 - di Alan J. Pakula) come uno fra i migliori film americani sul giornalismo mai realizzati, e in cui è bravissimo nel ruolo di un caparbio e coraggioso direttore di un giornale in lotta contro un boss criminale, Non siamo angeli (1955) di Michael Curtiz, La mano sinistra di Dio (1955) di Edward Dmytryk.  

Il suo ultimo film sarà Il colosso d’argilla (1956) di Mark Robson, in cui interpreta un uomo che, dopo che il corrotto mondo della boxe lo aveva guastato facendogli scendere tutti i gradini della degradazione morale, riguadagna la fiducia in se stesso e nei suoi ideali.

Alcune foto di Humphrey Bogart, scattate dal grande fotografo Carlo Riccardi si possono vedere cliccando qui.        

 

Storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie. 

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