20 anni senza Stanley Kubrick

Vent’anni fa moriva a Hertfordshire – in Inghilterra – il grande regista americano, autore di capolavori come “Rapina a mano...

Una scena di "The Killing" ("Rapina a mano armata")

Vent’anni fa moriva a Hertfordshire – in Inghilterra – il grande regista americano, autore di capolavori come “Rapina a mano armata”, “Orizzonti di gloria”, “Il Dottor Stranamore”, “2001: Odissea nello Spazio”, “Barry Lyndon”, “Shining”, “Full Metal Jacket” e “Eyes Wide Shut”.

Nato a New York nel luglio 1928, negli anni Quaranta, giovanissimo, si appassiona di fotografia e riesce a entrare nell’équipe della nota rivista «Look».

Nel ’50 autoproduce e realizza il suo primo cortometraggio, il documentario Day of the Fight (Giorno della lotta) dedicato a un pugile. La RKO lo acquista e gli commissiona un altro documentario, Flying Padre, su un prete “volante” del Nuovo Messico che va in giro a bordo di un biplano.

Grazie al finanziamento di amici e parenti, riesce a realizzare il suo primo lungometraggio, Fear and Desire (Paura e desiderio – 1953), un’opera originale per l’astrattezza della situazione narrativa, in cui un drappello di soldati non meglio identificati affronta indefiniti nemici in una metaforica foresta.

Il tema del doppio torna con il successivo Killer’s Kiss (Il bacio dell’assassino – 1955), un noir autoprodotto e girato in circa venti giorni, in cui la narrazione è strutturata sul modello della fiaba (l’eroe che vuole salvare la bella dall’orco), ma in cui Spazio e Tempo subiscono una frantumazione in situazioni in cui il protagonista, a sua volta, si frantuma nella sua doppiezza ed ambiguità psicologica. Anche se molti anni dopo Kubrick disconoscerà questi suoi primi film – a causa della loro imperizia e della presunta banalità di alcuni cliché di genere che ancora soffocano gli impeti più originali – in essi sono già presenti molti fra gli elementi che si riveleranno “ossessioni” – sia formali sia tematiche – costanti della sua opera.

La collaborazione con il giovane produttore James B. Harris gli offre l’occasione di realizzare The Killing (Rapina a mano armata – 1956), che passa alla Storia del cinema per la sua struttura originale, contraddistinta da continui salti temporali all’indietro. Nella narrazione filmica, i protagonisti (a cominciare dal superlativo Sterling Hayden) rappresentano un complesso meccanismo di ingranaggi. Rapina a mano armata è considerato quasi all’unanimità – insieme a Giungla d’asfalto (1950) di John Huston, tratto dal romanzo di William R. Burnett La giungla d’asfalto ed anch’esso interpretato da S. Hayden – come uno fra i miglior gangster movies americani degli anni Cinquanta.

Molto intricata è anche l’infinita rete di simmetrie disegnate in Paths of Glory (Orizzonti di gloria – 1957), grandissimo film antimilitarista, di cui ricordiamo la drammatica sequenza dell’interminabile carrellata nella trincea, mentre il colonnello Vax (interpretato da Kirk Douglas) passa in rassegna i suoi soldati che si preparano a andare incontro alla morte. La collaborazione con Kubrick convince K. Douglas, tre anni dopo, ad affidargli – in sostituzione di Anthony Mann – la regia di Spartacus (1960), kolossal ambientato nell’antica Roma, che divulga lo schema marxista della lotta di classe, e che si può considerare l’unico film non partorito dalla sua mente. Tuttavia il film passerà (giustamente) alla Storia del cinema per via della vicenda dello sceneggiatore Dalton Trumbo, blacklisted un decennio avanti – durante il maccartismo – e che tornò, per volontà di K. Douglas, a firmare una sceneggiatura utilizzando il suo vero nome – dopo vari lavori firmati con vari pseudonimi, compresi i due film che avevano vinto l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura, ovverosia Vacanze romane (1953) di William Wyler e La più grande corrida (1956) di Irving Rapper. A Spartacus ed alla vicenda di D. Trumbo e della fine del maccartismo a Hollywood, K. Douglas dedicherà il libro Io sono Spartaco. Come girammo un film e cancellammo la lista nera (2012), pubblicato in Italia l’anno seguente da il Saggiatore nella collana “La cultura”.

Nel ’64 Kubrick torna a temi ed a stili a lui più congeniali con Doctor Strangelove, or How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb (Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba), indimenticabile – e indimenticata – commedia fantapolitica e satira farsesca incentrata sulla metafora sessual-militare, in cui lo strumento del potere (la bomba-fallo) rivela l’impossibilità di dominare il mondo, ma soprattutto se stessi.

Nel frattempo, due anni avanti, il romanzo omonimo di Vladimir Nabokov aveva ispirato Lolita (1962) in cui era tornato il tema del doppio.

Il successivo 2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio – 1968) rivoluziona i canoni della fantascienza cinematografica con il suo viaggio al di là di ogni limite interpretativo della realtà effettuale. Ideale sintesi della storia dell’umanità e della sua evoluzione, con il suo simbolico e misterioso monolito nero, il film rappresenta la sua opera più filosofica ed astratta, ed evidenzia drammaticamente l’impossibilità di qualunque interpretazione assoluta dell’esistenza umana.

Altrettanto scalpore desta A Clockwork Orange (Arancia meccanica – 1971), il suo film più controverso a causa dell’estrema rappresentazione della violenza, esaltata dall’uso di obiettivi grandangolari e da una fotografia dai colori particolarmente aggressivi. Arancia meccanica, liberamente tratto dal libro di Anthony Burgess, è anche la storia di una rieducazione forzata del protagonista ai canoni etici di una società che per correggere la sua devianza finisce per privarlo della libertà e commettere analoga violenza nei suoi confronti.

Quattro anni dopo, Kubrick torna al cosiddetto “secolo della Ragione” –  e quindi alle origini della società e del pensiero occidentale odierno – con Barry Lyndon (1975), elegante film in costume con un uso particolarmente espressivo dello zoom e dell’illuminazione naturale.

Con The Shining (Shining – 1980), tratto dal romanzo omonimo (1977) di Stephen King, si cimenta con il genere horror, impiegando per la prima volta in maniera sistematica e fortemente espressiva l’innovativa steadycam che gli permette di seguire Jack Nicholson e il figlioletto nei labirinti dell’Overlook Hotel, angoscioso luogo di confine con il lato oscuro della psiche umana.

Full Metal Jacket (1987) è invece l’occasione per cimentarsi con la guerra del Vietnam. Il film è strutturalmente diviso in due parti: nella prima lo spettatore/spettatrice segue l’addestramento e l’educazione (forzata e violenta) dei marines alla durissima disciplina militare; nella seconda assiste alla demolizione fisica e ideologica della macchina da guerra occidentale contro un nemico ancora una volta invisibile.

Occorrerà attendere undici anni per il lavoro successivo di Kubrick, il quale nel frattempo aveva lavorato al progetto di A.I. Intelligenza artificiale, che, per via della sua incredibile lentezza e meticolosità, era stato costretto ad abbandonare (verrà ripreso e terminato da Steven Spielberg nel 2001).

Eyes Wide Shut (1999), liberamente ispirato a Doppio sogno di Arthur Schnitzler, si svolge in una New York ricostruita interamente negli studi inglesi di Shepperton. Rinviando più volte l’uscita del film (che verrà distribuito postumo) e alimentando così le aspettative del pubblico (tramite un calcolato battage pubblicitario), Eyes Wide Shut ne frustra programmaticamente le speranze, coinvolgendolo nello stesso corto-circuito psichico che intrappola il protagonista nel suo vagabondare notturno.

Notoriamente perfezionista, esigente sul set ed assoluto padrone di ogni fase della realizzazione dei suoi film – che sovente scriveva, girava e montava lui stesso -,  Stanley Kubrick ha giocato sulle ossessioni, sui meccanismi ludici e sulle simmetrie perfette. La sua opera forma una fitta rete di rinvii e riferimenti alle altre arti (la letteratura, la pittura, l’architettura, la musica, il teatro), rappresentando una sintesi estetica e una summa poetica di altissimo livello, come pochissimi altri cineasti son riusciti a fare.

Alessandro Poggiani

Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi e articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, fiere librarie e vernissages.

Dalla Home