Un ricordo di Ray Milland, interprete di Giorni perduti e Il delitto perfetto

Trentacinque anni fa moriva a Los Angeles il grande attore britannico, interprete di film quali “Il prigioniero del terrore” di...

Ray Milland in "Il delitto perfetto" di Alfred Hitchcock

Trentacinque anni fa moriva a Los Angeles il grande attore britannico, interprete di film quali “Il prigioniero del terrore” di Fritz Lang, “Giorni perduti” di Billy Wilder, “Il tempo si è fermato” di John Farrow, “La spia” di Russel Rouse, “Il delitto perfetto” di Alfred Hitchcock, “L’altalena di velluto rosso” di Richard Fleischer, “Sepolto vivo” e “L’uomo dagli occhi a raggi X” di Roger Corman, “Love Story” di Arthur Miller, “L’incredibile viaggio verso l’ignoto” di John Hough e regista-interprete di “Gli ostaggi”, “Lisbon, “Obiettiìvo Butterfly” e “Il giorno dopo la fine del mondo”.

Nato a Neath – in Inghilterra – nel gennaio 1907, Alfred Reginald Jones – meglio noto come Ray Milland – vive l’infanzia e la sua giovinezza nelle Midlands, regione da cui trarrà il suo nome d’arte.

Esordisce al cinema alla fine degli anni Venti in piccole parti nei primissimi film sonori inglesi, fra cui The Informer (1929) di Arthur Robison. Nello stesso anno interpreta il suo primo ruolo da protagonista in The Lady from the Sea (1929) di Castlelton Knight e poco dopo si trasferisce si a Hollywood, sotto contratto con la Metro Goldwyn Mayer, che gli affida ruoli secondari in vari film.

Dopo una nuova, breve, parentesi britannica – Voglio fare il signore (1933) di Albert De Courville, Il diavolo in caserma (1933) di Walter Forde -, nel ’35 torna stabilmente negli Stati Uniti e firma un contratto di sette anni con la Paramount, casa di produzione per cui lavorerà per circa vent’anni.

Seguono vari ruoli da comprimario – Il nemico invisibile (1934) di Eugene Forde, Bolero (1934) e Il giglio d’oro (1935) di Wesley Ruggles, Tre ragazze in gamba (1936) di Henry Koster, La figlia della jungla  (1936) di Wilhelm Thiele, La fuga di Bulldog Drummond (1937) di James P. Hogan – fino al successo ottenuto con Che bella vita (1937), di Mitchell Leisen, in cui recita con Jean Arthur.

Due anni dopo interpreta uno fra i tre fratelli che si arruolano nella Legione Straniera in Beau Geste (1939) di William A. Wellman, con Gary Cooper e Robert Preston.

Nel ’39 torna brevemente in Inghilterra per interpretare Il francese senza lacrime (1940) di Anthony Asquith, versione cinematografica della commedia omonima di Terence Rattigan e che gli fa ottenere ottimi consensi anche da parte della critica.

Rientrato negli Stati Uniti, è protagonista di Arrivederci in Francia (1940) di Mitchell Leisen, commedia romantica scritta da Billy Wilder ed interpretata anche da Claudette Colbert, e di Vento selvaggio (1942), di Cecil B. De Mille, con John Wyane – in uno fra i suoi rari ruoli non western o di guerra -, Paulette Goddard, Raymond Massey, Robert Preston e Susan Hayward.

Nello stesso anno interpreta Frutto proibito (1942) di Billy Wilder – al suo esordio alla regia, dopo aver scritto film quali L’ottava moglie di Barbablù e Ninotchcka di Ernst Lubitsch, il già citato Arrivederci in Francia di M. Leisen e Colpo di fulmine di Howard Hawks -, vivace commedia con Ginger Rogers. Questa sua fortunata esperienza di lavoro con B. Wilder farà sì che, tre anni dopo, il regista lo vorrà come protagonista di Giorni perduti (1945), nel ruolo di uno scrittore alcolizzato in piena crisi. Nonostante l’argomento, secondo i canoni della Hollywood dell’epoca, fosse decisamente delicato e poco commerciale, il film otterrà un grosso successo di pubblico e di critica, e la superlativa performance di R. Milland gli farà vincere un Oscar come Miglior Attore Protagonista, un Golden Globe, il premio di Miglior Attore al primo Festival di Cannes, e il premio dei critici cinematografici newyorkesi.

Nel frattempo, l’anno avanti, aveva offerto un’altra performance di altissimo livello in Il prigioniero del terrore (1944) di Fritz Lang.

Dopo Giorni perduti acquista maggior prestigio e considerazione, anche se i film che gli vengono offerti sono sovente di livello medio e non vengono diretti da registi grande calibro. Notevole eccezione è rappresentata da Il tempo si è fermato (1948) di John Farrow, in cui interpreta un reporter ingiustamente accusato di omicidio ed in corsa contro il tempo per trovare il vero assassino.

Dopo La spia (1952) di Russel Rouse, abbandona la Paramount e trova subito interessanti ruoli in film quali Il delitto perfetto (1954) di Alfred Hitchcock, in cui interpreta un avido e diabolico ex campione di tennis che ingaggia un sicario per tentare di uccidere sua moglie – interpretata da Grace Kelly – e L’altalena di velluto rosso (1955) di Richard Fleischer, tratto da un caso di omicidio realmente avvenuto.

Nello stesso anno esordisce dietro alla macchina da presa dirigendo ed interpretando l’ottimo western Gli ostaggi (1955), con Mary Murphy, Ward Bond e, nel ruolo degli antagonisti negativi, un inquietante Raymond Burr pre Perry Mason e Ironside, ed un giovane  Lee Van Cleef pre Sergio Leone.

Negli anni successivi dirigerà – ed interpreterà altri tre film: Lisbon (1956), Obiettivo Butterfly (1957) ed il sovente sottovalutato Il giorno dopo la fine del mondo (1962), in cui affronta – due anni prima del celeberrimo Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick e dell’ottimo A prova di errore  di Sidney Lumet – la delicata questione, molto attuale all’inizio degli anni Sessanta, del rischio di una guerra atomica fra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica.

Nel frattempo, nel biennio 1959-60 aveva lavorato per la prima volta in televisione interpretando il ruolo di Markham, l’ex avvocato divenuto detective privato nella serie tv omonima (circa sessanta episodi).

Dopo aver interpretato due horror di Roger Corman – Sepolto vivo (1962) e L’uomo dagli occhi a raggi X (1963) – ed il modesto Il tesoro del santo (1964) di William Dieterle, per tre/quattro anni lavora a teatro e, a partire dal 1968-69, soprattutto in televisione, apparendo come “guest star” in numerosi telefilm per circa quindici anni, ma continuando anche ad interpretare qualche ruolo cinematografico, come in Love Story (1970) di Arthur Hiller, in cui è il padre di Ryan O’Neal, Il segno del potere (1974) di Peter R. Hunt, il disneyano Incredibile viaggio verso l’ignoto (1975) di John Hough, Gli ultimi fuochi (1976) di Elia Kazan, La battaglia delle aquile (1976) di Jack Gold, Il gioco degli avvoltoi (1979) di James Fargo.

Nel ’77 lavora anche in Italia in La ragazza dal pigiama giallo di Flavio Mogherini, con Dalila Di Lazzaro e Michele Placido.

Fra le sue apparizioni televisive ricordano soprattutto Il Tenente Colombo (1971-78) – negli episodi La trappola di Colombo (1971), in cui è il marito della donna uccisa, e Il terzo proiettile (1972), in cui è l’assassino – e la sua partecipazione a Delitto nei quartieri alti (1975) l’episodio-pilota di Ellery Queen (1975-76) e tratto dal libro Il quarto lato del triangolo. Appare anche in L’ora di Hitchcock (1963), Mistero in galleria (1971), Il ricco e il povero (1976), Cuore e batticuore (1982-83), e nel film tv Guardate cosa è successo al figlio di Rosemary (1976) di Sam O’ Steen.

Nel ’74 pubblica la sua autobiografia, intitolata Wide-Eyed in Babylon.

Fra gli altri film ricordiamo Ali nella bufera (1937) di H. C. Potter, Hotel Imperial (1939) di Robert Florey, I cavalieri del cielo (1940), Le schiave della città (1944), Kitty (1945) e Passione di zingara (1947) di Mitchell Leisen, La casa sulla scogliera (1944) e La donna di quella notte (1947) di Lewis Allen, i western Vecchia California (1947)  e Le frontiere dell’odio (1950) di John Farrow, I cari parenti (1948) di Richard Haydn, Quando torna primavera (1949) di Lloyd Bacon, L’indossatrice (1950) di George Cukor, con Lana Turner, Figlio di ignoti (1951) di William Keighley, La cortina del silenzio (1951) di Jacques Tourneur, Solitudine (1951) di Fletcher Markle, la commedia Il gatto milionario (1951) di Arthur Lubin, con Jan Sterling, il western Squilli al tramonto (1952) di Roy Rowland, Giamaica (1953) di Lewis R. Foster, Ancora e sempre (1953) di Alexander Hall, Io non sono una spia (1956) di Philip Dunne, L’ultima riva (1957) di Allan Dwan, Missili umani (1957) di John Gilling, Frogs (1972) di George McCowan, La casa degli orrori nel parco (1973) di Peter Sykes, Il manichino assassino (1973) di Georg Fenady, Intrigo in Svizzera (1975) di Jack Arnold, Dimensione giganti (1976) di Mircea Dragan, Oliver’s Story (1978) di John Korty, Il terrore in cima alle scale (1979) di George Edwards, La maschera della morte (1984) di Roy Ward Baker.

Alessandro Poggiani

Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi e articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, fiere librarie e vernissages.

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