Il caporalato in agricoltura si è affermato negli ultimi anni come una vera e propria emergenza nazionale. Il corpo del bracciante pakistano Sadam Houssain, scomparso dal 4 agosto, e ritrovato dopo 18 giorni a Borgo Mezzanone, chiuso nel portabagagli della sua auto, è l’ultimo caso di cronaca che ha richiamato l’attenzione sulle condizioni di vita nei ghetti. Solo in quelli del foggiano, a partire dal 2018, sono morte circa 40 persone.
In seguito alla denuncia di scomparsa, da parte del fratello Nazim, sono partite le indagini che successivamente hanno condotto al ritrovamento del corpo. Al momento l’ipotesi più accreditata è proprio quella di un omicidio maturato nell’ambito dello sfruttamento del lavoro e del caporalato. Sarà l’autopsia poi a determinare le cause e le modalità della morte.
Quello che sappiamo è che la vittima era un immigrato con regolare permesso di soggiorno, da quattro anni in Italia. Come affermato da un amico, lavorava nelle campagne di Cerignola, ma era anche impegnato nel trasporto di migranti, con la sua autovettura, da Borgo Mezzanone verso le campagne, quando era necessaria la manodopera. Proprio quest’ultimo punto lascia sospettare che l’omicidio sia maturato come regolamento di conti legato alla gestione delle squadre dei braccianti.
Chi conosce il ghetto di Borgo Mezzanone, sa che si sta parlando di un “non luogo” fatto di degrado, che raccoglie fino a 5mila anime. Quasi tutti i residenti sono impiegati in agricoltura. Si tratta del ghetto più grande d’Europa, senza servizi igienici né acqua potabile, solo grandi cisterne riempite dalla Regione, ogni tre giorni, quando va bene.
Con il Pnrr erano stati stanziati 54 milioni per realizzare un villaggio ufficiale con container in regola, ma i fondi sono andati persi.
Negli ultimi 8 anni, il degrado si racconta con la morte di giovani vite piene di speranza, alla ricerca di un futuro migliore e più dignitoso. Il giornalista Antonio Maria Mira ha ricostruito un elenco che chiarisce bene, nome dopo nome, quanto sia terribile la piaga del caporalato in questo territorio, con tutto ciò che comporta: il 28 marzo 2019, Daniel Nyarko, 51 anni del Ghana, viene ucciso con due colpi di pistola mentre è in bicicletta; il 21 agosto 2025 in un casolare viene trovato il cadavere del ventisettenne Faik Iesenovski, scomparso dal 17 agosto; il 28 settembre un africano di 30 anni viene ucciso con un colpo di fucile e abbandonato nei campi.
Ci sono poi le morti legate alle condizioni di vita. Il 6 novembre 2018, Bakary Secka, 30 anni, del Gambia muore nell’incendio della sua baracca. Così come il 26 aprile 2019 un altro gambiano, Samara Saho di 26 anni e il 12 giugno 2020 Ben Ali Mohamed, detto Bayfall, 37 anni del Senegal. Il 4 febbraio 2020 una giovane donna, probabilmente nigeriana, rimane gravemente ustionata nell’incendio della baracca in cui viveva. Muore dopo tre giorni di agonia.
Il nome non si è mai saputo, così la Fai Cisl l’ha adottata dandole il nome simbolico di “Hope” (speranza) e promuovendone una degna sepoltura. Nella notte del 23 novembre 2019, in un casolare vengono trovati morti Emmanuel, nigeriano, e Elvis del Camerun, uccisi dalle esalazioni di monossido di carbonio provocate da un braciere. Una morte silenziosa. Come quella che il 23 gennaio 2023 ha raggiunto Queen, del Ghana, e Ibrahim, del Gambia, entrambi di 32 anni. Ike, quarantanovenne nigeriano, morto lo scorso anno per un malore nella sua baracca di cartoni e lamiere.
O ancora i 16 braccianti, stritolati nei furgoni dei caporali, in due incidenti stradali il 4 e il 6 agosto 2018, che tornavano a casa, nel ghetto, dopo una lunga giornata di lavoro. O come Karamoko Tounkara, 25 anni del Mali, travolto e ucciso l’11 settembre 2024 da un’auto pirata mentre era a bordo di uno scooter.
Il fenomeno ovviamente non riguarda soltanto questo territorio, essendo diffuso, con diverse dimensioni, anche in altre zone del Sud così come del Centro e del Nord Italia. Sarebbe inoltre fuorviante etichettare l’intero settore agroalimentare italiano come un sistema marcio fondato sullo sfruttamento. Ma appare sempre più evidente il bisogno di risposte politiche e sociali strutturali, a partire da una seria riforma della gestione dei flussi migratori e soprattutto dai diritti, a cominciare da alloggi, trasporti, applicazione dei contratti.
Come ricorda anche il sindacato di categoria, stanziare nuovi fondi sarebbe fondamentale ma non sufficiente: “Bisogna realizzare progetti partecipati, in cui ogni euro viene speso in modo virtuoso, garantendo davvero lavoro dignitoso e togliendo ogni spazio di azione a caporali e faccendieri, bisogna affermare la cultura della legalità, inoltre un passo strategico rimane la valorizzazione degli enti bilaterali territoriali, con cui si può gestire in modo molto più tracciabile e puntuale anche il mercato del lavoro agricolo”, ha evidenziato la Fai Cisl.
Di certo, occorre ripartire in fretta, per evitare altre facili prede dei giochi di potere dei caporali.








