Elsa Morante: la realtà e le parole

Elsa Morante
Elsa Morante con Maria Bellonci al Premio Strega 1957 (foto Carlo Riccardi ©Archivio Riccardi)

Roma, gennaio dell’anno 1941. Gunther, militare nazista, vaga per le strade romane completamente ubriaco, alla ricerca di un bordello. Durante il suo vagabondaggio, incontra una donna, la trentasettenne Ida Ramundo, che di mestiere fa la maestra. Il soldato assale la donna, violentandola. Nove mesi dopo, Ida partorirà un bambino che chiamerà Giuseppe, nato proprio da quella violenza indicibile.

E’ così che ha inizio il romanzo La Storia, pubblicato nel 1974. Per realizzare l’opera sono occorsi ben tre anni, ricerche, spazi di elaborazione. L’autrice pretese che La Storia fosse dato alle stampe direttamente in edizione tascabile, in brossura e a basso costo. L’obiettivo era chiaro: arrivare a più persone possibili, fare in modo che tutti potessero leggere quella storia. E farne tesoro, e rileggerla, e custodirla. Quell’autrice si chiamava Elsa Morante, ed era nata a Roma il 18 agosto del 1912.

Su Elsa Morante e sul suo imparagonabile talento letterario si potrebbe dire molto. Si potrebbe citare la sua vittoria al Premio Strega, ad esempio, oppure ancora tirare in ballo i temi fondamentali delle sue opere, la perdita, il riscatto, il rapporto con la giovinezza. Si potrebbero decantare le sue doti poetiche, l’abilità certosina legata alla scelta delle parole, che risultavano sempre quelle giuste, qualunque fosse il contesto narrativo di riferimento.

Quello che è importante ricordare, oltre a tutto questo, sembra risiedere però nel rapporto agitato e smosso tra la scrittrice, la materia sillabica e l’esistenza stessa. Per dirla in termini meno vaghi: Elsa Morante aveva la capacità di allineare la sua esperienza – dolorosa, gioiosa, umana – con l’espressione scritturale. E’ in questo modo che la consistenza spessa delle storie narrate di adagia nel solco di un sentire reale, che trova spazio nel campo della letteratura. 

Letteratura che sempre, nelle opere di Morante, ha a che fare col segreto e con l’idea di prossimità. E’ come se, nei suoi romanzi, la verità venga proposta sempre in forma parziale, o, per meglio dire, frammentaria, immagine emblematica della complessità dell’esistenza e dell’impossibilità di una visione univoca e universale. La molteplicità dei significati lascia spazio all’indefinibilità di un senso sempre ulteriore. 

Il senso di una storia che non si esaurisce: è questo che le parole, se usate bene, sanno fare, costruendo sentieri annodati, difficili, mai definitivi. 

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Chiara Cecere

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