Etica e AI: la gabbia delle Echo Chambers

Etica e AI

È di questi giorni la notizia che il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha avviato un’indagine penale su ChatGPT di OpenAI, per verificare se il sistema possa aver favorito la sparatoria mortale (2 morti e 6 feriti), avvenuta lo scorso anno alla Florida State University, per mano di Phoenix Ikner. Alla base dell’indagine ci sono le trascrizioni delle chat, rivelate dal Wall Street Journal, con domande e risposte, tra Ikner e ChatGPT, con l’intenzione da parte di Ikner di eseguire al meglio l’attentato e riscuotere il massimo successo, una su tutte: Ikner chiede: “Con quante vittime si arriva di solito sui media?”, Chat GPT risponde: ““Di solito 3 o più morti, 5-6 vittime in totale, spingono la notizia sui media nazionali”. La stessa cosa era già successa precedentemente in Canada, e questo non può essere un semplice caso o coincidenza, da sottovalutare, per non parlare poi dei casi di suicidi o deepfake strumentalizzabili a fini politici e non solo.
L’intelligenza artificiale è una possibilità che ha l’essere umano, non certo un destino da subire passivamente; quindi, comporta una scelta di fondo e come tale una responsabilità. A grandi poteri corrispondono grandi responsabilità, diceva qualcuno, e l’intelligenza artificiale riveste appieno il concetto, in quanto riesce a far fare cose, che prima erano impossibili.
Decidere di utilizzarla o meno, prevede scelte economiche, politiche e soprattutto etiche, che contribuiscono a ridisegnare l’intero ecosistema, inteso anche come “bene comune”, che ci troviamo a vivere e ad abitare.
Da un punto di vista etico, è fondamentale tenere ben presente il concetto, espresso da Walter Veltroni in una recente intervista: “l’intelligenza artificiale, generativa e convenzionale dice quello che sa, ma non sa quello che dice”. Questo significa che è stata programmata per conoscere molto, se non tutto lo scibile umano ma, del quale, non ne è consapevole. Se le vengono fatte domande, in chatbot, di tipo esistenziale, di tipo relazionale e dettate da bisogni umani come la necessità di sentirsi meno soli, ad esempio, potrebbe rispondere in maniera estremamente convincente e realistica, illudendoci di provare empatia, in quanto ben programmata, ma sono risposte automatiche, senza consapevolezza di quel che dice, in quanto macchina (assemblata) e non organismo vivo. Così facendo, da un punto di vista prettamente antropologico, il freddo rapporto con la macchina, pronta a rispondere ad ogni nostra necessità, voglia e desiderio, senza problemi o contrasti, rischia di far perdere il contatto umano e di non riuscire ad avere più, quella magica pazienza umana di aspettare il tempo dell’altro, rispettandone limiti e comprendendone i bisogni.
L’intelligenza artificiale, inoltre, non fa altro che alimentare la dinamica delle “echo chambers”: il web non è più una meravigliosa finestra aperta sul mondo, come era all’inizio della sua comparsa nelle nostre vite, piena di intenti e promesse, ben rappresentata da quelle splendide immagini desktop di spazi aperti e prati verdi sconfinati. Sembra aver cambiato irrimediabilmente forma e sostanza, è lentamente e inesorabilmente diventato uno specchio, e proprio come nella fiaba di Biancaneve, ti dice chi sei, se interrogato, grazie alle tracce digitali che lasciamo anche senza volerlo, come pollicino, che oggettivizzano spazi virtuali fatti su misura per noi utilizzatori/consumatori.
Alla base ci sono gli algoritmi che filtrano le informazioni per noi, realizzando un perimetro informativo che ci dà continuamente conferme e ci rassicura, calma le nostre ansie, e liscia il pelo al nostro narcisismo, creando così, però, una barriera cognitiva che non ammette il disturbo e il dissenso, chiudendo i confini del panorama della finestra, solo su prospettive e strade già battute, ed eliminando discussioni e possibilità ulteriori di cambiamento e innovazione. Il bias di conferma poi, che ci spinge a ricercare e accettare in maniera abitudinaria solo le informazioni che rafforzano le nostre idee, fa il resto, ingabbiandoci di fatto in una prigione digitale che ci dà sempre ragione su tutto quello che cerchiamo e chiediamo, anche tramite intelligenza artificiale. Cass Robert Sunstein, dell’Università di Harward, le ha chiamate, come detto, “Echo Chambers”, delle camere d’eco prive di finestre, dove le nostre scelte subiscono un’architettura precostituita, e le identità ruotano su sé stesse, con le parole che rimbalzano a formare un eco, senza una reale conoscenza o reale confronto con l’altro, e dove si rimane soli con sé stessi e la macchina.

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Paolo Grossi

Sociologo e PhD, si interessa di agricoltura, sindacato, management e marketing.

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