Il nuovo Teatro Comunale di Sacrofano intitolato a Ilaria Alpi

Sabato 25 marzo 2023 è stato intitolato ad Ilaria Alpi  – la giornalista uccisa ventinove anni fa a Mogadiscio (in...

Sabato 25 marzo 2023 è stato intitolato ad Ilaria Alpi  – la giornalista uccisa ventinove anni fa a Mogadiscio (in Somalia) insieme al fotografo e operatore Miram Hrovatin  -, che viveva a Sacrofano (RM) e vi era residente all’epoca del suo assassinio, il teatro comunale di Sacrofano – il primo dell’intera Storia del paese – che sorge nell’omonimo largo (che fu a lei intitolato nel 1994).

E così, come tutti i paesi vicini, anche Sacrofano avrà il suo teatro comunale, un luogo di aggregazione a disposizione di tutti: le associazioni, la scuola, i privati, le famiglie. Tutti avranno la possibilità di usufruire della nuova struttura, una sala moderna e attrezzata per spettacoli ed eventi (incontri, presentazioni, dibattiti, mostre).

Nell’edificio della vecchia scuola media, grazie ad un importante finanziamento della Regione Lazio, è diventato realtà il progetto dell’Amministrazione di dotare Sacrofano di un teatro comunale che all’occorrenza potesse fungere da grande sala adatta a ospitare ogni tipo di iniziative.

A breve anche i tendaggi, il sipario, le attrezzature tecniche del palco, le quinte movibili ed il mixer saranno disponibili e funzionali a tutte le esigenze. La banda musicale, sotto la guida artistica del Maestro Carlo Calcagnini, ha accompagnato l’evento eseguendo l’inno italiano.

Un eccellente risultato di squadra, merito della collaborazione di tanti che hanno creduto nella realizzabilità di tale progetto. «Vogliamo la verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin». Questo l’appello del Comune di Sacrofano. Sono trascorsi ventinove anni dall’assassinio di Ilaria Alpi (1961-1994) e Miran Hrovatin (1949-1994), avvenuto a Mogadiscio mentre lavoravano ad un’inchiesta su un traffico di armi e di rifiuti tossici  in Somalia.

Sacrofano, dove la giornalista viveva, oltre al largo, a deciso di intitolarle anche il teatro comunale. Nonché un premio, un modo per passare il testimone ai giovani. «Sono le nuove generazioni quelle che devono imparare a far rispettare ad ogni costo la verità, a andarla a cercare. Con questo premio noi trasmetteremo loro questa grande volontà e soprattutto racconteremo loro qualcosa che non deve essere mai dimenticato», ha dichiarato la sindaca di Sacrofano Patrizia Nicolini.

L’indagine sulla tragica morte di Ilaria Alpi e Miram Hrovatin è ancora aperta, nonostante la richiesta di archiviazione, i depistaggi e le omissioni. «La madre di Ilaria ricordava e diceva: “Aspettano che io muoia perché non si parli più di questa storia”. Ebbene, il fatto di essere qui oggi – dietro di noi ci sono molte persone che sono venute ad sentire, a capire cosa è successo – significa che questa storia è ancora viva, che la verità va ancora cercata, e che noi continueremo a cercarla», ha dichiarato il Segretario Usigrai Daniele Macheda

Per molti anni Ilaria Alpi ha abitato a Sacrofano, dove aveva la residenza. Un largo del paese fu intitolato a lei nel 1994 ed oggi, a quasi trent’anni dal suo assassinio, in quello stesso largo è stato inaugurato un teatro comunale che porta il suo nome. Presso il Teatro Comunale in largo Ilaria Alpi, alla presenza di Patrizia Nicolini, di Guido D’Ubaldo (presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio) e di Marino Bisso (giornalista della “Rete NoBavaglio”) è stata scoperta una targa.

«Intitolare il nostro primo teatro comunale, appena completato e in fase di allestimento, nell’omonimo Largo, alla giornalista Ilaria Alkpi, che aveva scelto di vivere a Sacrofano, è un modo per richiamare un importante capitolo di Storia, non solo locale, e per riaffermare i valori della libertà di pensiero, di espressione e di informazione, ai quali ispirare sempre la vita della nostra comunità.

È con orgoglio che mi piace ricordare che fui proprio io, insieme all’allora sindaco Tomassetti e agli altri amministratori, a dedicare ad Ilaria lo slargo antistante il Teatro, dopo la sua tragica scomparsa. Con l’intitolazione del teatro comunale a Ilaria Api, intendo, quindi, reiterare e consolidare la necessità di tenere sempre viva l’affermazione della verità e della libertà, valori fondamentali che mi hanno costantemente guidato nell’azione di governo» (Patrizia Nicolini)

È stato inoltre lanciato il Premio Studentesco “Ilaria Alpi: il dovere di raccontare la verità”, promosso dal Comune di Sacrofano, dalla Biblioteca Comunale – la prima nella Storia del paese, inaugurata il 6 aprile 2022, ergo molto vicina al suo primo “compleanno” – e dalla “Rete NoBavaglio” con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio ed in collaborazione con l’IC. Padre Pio.

Seguendo la traccia dell’insegnamento lasciato da Ilaria Alpi alle nuove generazioni, è nata l’idea di creare un contest rivolto agli studenti delle terze medie di Sacrofano, dedicato alla “libertà d’espressione e al ruolo centrale dell’informazione per la democrazia”. Gli elaborati verranno preceduti da una serie di incontri tematici con giornalisti ed operatori dell’informazione nel corso dell’anno scolastico 2023-24, al termine del quale una giuria di professionisti del settore valuterà i lavori. La premiazione dei primi tre classificati, con attestato di partecipazione, si svolgerà nel Teatro “Ilaria Alpi”.

 

Ilaria Alpi (Roma, 24 maggio 1961 – Mogadiscio, 11 settembre 1994), giornalista e fotoreporter, si diplomò al Liceo Tito Lucrezio Caro di Roma. Grazie anche ad un’ottima conoscenza dell’inglese del francese e dell’arabo, ottenne le sue prime collaborazioni giornalistiche dall’Egitto (dal Cairo) per conto di «Paese Sera” e de «l’Unità». In seguito vinse una borsa di studio e fu assunta in Rai. Come purtroppo è noto, fu uccisa a Mogadiscio, insieme al fotografo ed operatore Miram Hrovatin, il 20 marzo 1994. Riposa nel Cimitero Flaminio di Roma. Sua madre, Luciana Riccardi Alpi (1933-2018), fin dal primo processo, intraprese una caparbia battaglia per cercare la verità e per far cadere ogni sorta di depistaggio sull’assassinio della giornalista e dell’operatore.

Miran Hrovatin (Trieste, 11 settembre 1949 – Mogadiscio, 20 marzo 1994), fotografo ed operatore di ripresa, faceva parte della comunità italiana di lingua slovena. Lavorò per l’agenzia Videoest di Trieste, per poi essere assunto in Rai. Fu ucciso il 20 marzo 1994 insieme all’inviata Alpi mentre si trovava a Mogadiscio come cineoperatore del Tg3 per seguire la missione dell’Esercito Italiano UNOSOM II nella guerra civile somala e per un’indagine sul traffico d’armi e rifiuti tossici illegali (fra cui anche l’uranio) in Somalia, in cui, verosimilmente, i due scoprirono esser coinvolti l’esercito medesimo insieme ai servizi segreti e ad altre istituzioni. Riposa nel cimitero di Barcola, un quartiere di Trieste.

 

Dopo la cerimonia presso il nuovo Teatro Comunale, nella Biblioteca si è svolto – con grandissima affluenza di pubblico – un incontro nel corso del quale è stato raccontato il mestiere del cronista di guerra. Presenti Fabrizio Feo (giornalista Rai Tg3 e collega di Ilaria Alpi), Franco Ceccarelli (giornalista videomaker come Miran Hrovatin, e per molti anni inviato Rai in teatri di guerra), la giornalista algerina Nacera Benali, Daniele Macheda. Il dibattito è stato moderato da Andrea Garibaldi (direttore del sito Professione Reporter). Giuseppe Giulietti (già presidente della Federazione della Stampa) ed il giornalista Sandro Ruotolo, i quali non erano presenti all’incontro per via di altri impegni, hanno inviato un videomessaggio di saluto.

Nel corso dell’incontro in Biblioteca è stato possibile acquistare il libro di Alberto Ferrigolo e Sofia Gadici Cronisti in guerra. Donne e uomini, inviati storici, giovani emergenti, freelance sul terreno dell’Ucraina (All Around Edizioni), libro che sostiene RSF (Reporters Sans Frontières). Interviste a Fausto Biloslavo, Alfredo Bosco, Lorenzo Cremonesi, Emma Farnè, Francesca Mannocchi, Azzurra Meringolo, Ilario Piagnarelli, Daniele Piervincenzi, Nello Scavo, Francesco Semprini, Marta Serafini, Giammarco Sicuro.

«Improvvisamente la guerra in Ucraina fece tornare importanti i giornalisti. Affascinanti quasi, non più detestabili. Sono stati e sono loro, spesso giovani donne e giovani uomini, a raccontare cosa accade laggiù. Improvvisamente non basta Tik Tok, non basta Facebook, né Twitter. Occorre qualcuno che metta in fila le cose, disegni un contesto, tenti di spiegare. Gli strumenti sono quelli classici dei giornalisti che “vanno dove le cose accadono, per essere il Consiglio Comunale del proprio Paese, il cantiere stradale, come la grande cronaca internazionale” (Nello Scavo, «Avvenire»). Per il sito professionereporter.eu (che da tre anni e mezzo informa sul giornalismo e l’editoria in Italia e nel mondo), Sofia Gadici e Alberto Ferrigolo hanno intervistato dodici “cronisti in guerra”. Quattro donne e otto uomini, tre freelance, quattro televisivi, una radiofonica, quattro della carta stampata. Esordienti e veterani. Parlano di una guerra diversa da ogni altra prima. Una guerra novecentesca, con le armi pesanti, due eserciti schierati, le prime linee e una guerra moderna con i droni i satelliti, l’elettronica, l’informatica. Ma anche modernissima, con un nuovo usao della propaganda – presente in tutte le guerre -, propaganda in rete. “Infowar e fienili”, ha sintetizzato Scavo. Perché i giornalisti vanno in guerra? Non ci vanno tutti, di solito partono i volontari, quelli che si specializzano sulle guerre e le seguono in tutto il mondo, quelli che ci vanno sul serio. Perché se si va sul serio e non si sta rintanati ad ascoltare la radio della Bbc, si rischia la vita, sul serio. Chi ha paura non va, oppure parte e torna subito. Eppure la paura, come testimoniano gli intervistati, ce l’hanno tutti, sul terreno: soldati, infermieri, civili, e giornalisti. “Ti si mette accanto, ti toglie il fiato”, dice il freelance Piervincenzi; “ti permette di essere più sveglio”, dice il fotografo Bosco; “ti fa sstare un passo prima dell’incoscienza”, dice Francesca Mannocchi (La 7, «La Stampa»). “Il coraggio è avere paura”, sosteneva Marie Colvin, giornalista americana uccisa in Siria, citata da Marta Serafini del «Corriere della Sera». “Quelli che vanno spesso si ammalano”, dice Ilario Piagnarelli del Tg3. “Nel senso che la guerra diventa un modo di vivere, poi un bisogno. C’era un inviato di fine secolo scorso che anche nella sua città viveva come in un albergo in mezzo alla guerra, chiuso in una stanza, con il frigo bar, i giornali, il telefono. Vestito e con le scarpe, pronto a uscire in qualsiasi momento. “Ogni tanto si deve tornare a casa, per non perdere lucidità”, dice Giammarco Sicuro, Tg2. C’è il protagonismo, l’adrenalina, ma c’è anche l’attenzione per chi soffre, la sensazione di poter essere utili. E chi torna – apprezzato il caffè al bar senza sirene e spari – pensa a quelli che ha lasciato nei guai, si chiede cosa sarà successo nel frattempo. Ha voglia di ripartire. Ci si prepara, per andare in guerra, in due modi: studiando a fonda cosa è successo e cosa succede dove si combatte e imparando a comportarsi se si finisce nel fuoco, se si viene feriti, cosa ci si deve portare dietro, di chi ci si può fidare. Trovarsi guide locali, seguire gli eserciti, ma non sempre, comprendere soprattutto dove ci si trova, perché si può morire non solo per le bombe, ma per una parola sbagliata, un passo che non andava fatto. Il giornalista è in un punto, mentre la guerra si svolge in un ampio territorio. Come far diventare quel punto il centro di tutto (nel momento in cui si stampa l’articolo o va in onda il servizio)? Come si rispetta chi legge, o guarda, o ascolta, dichiarando ciò che si è visto di persona, ciò che si è controllato e quello che si è solo sentito dire? Abitare in un hotel o invece in una casa, come suggerisce Lorenzo Cremonesi del «Corriere»? Come si scopre chi ha lanciato il missile di Kramators’k, contro tutte le versioni ufficiali? “Con un lungo e faticoso lavoro”, dice Semprini de «La Stampa». Dare conto delle strategie o dare voce agli ultimi, investiti e devastati dal conflitto? Emma Farnè di RaiNews24 narra la vita dei civili e non si toglie dalla testa l’immagine del cadavere di una ragazza morta con lo stesso tipo di scarpe che portava lei. Nelle risposte a queste domande, gli strumenti del mestiere dei cronisti di guerra, di quelli che sono stati – prima di arrivare in Ucraina – in Afghanistan, in Iraq, in Medio Oriente e dei giovani che cominciano da qui. In Ucraina ci sono la preparazione e le tutele con cui la Rai spedisce in giro i suoi. La discrezione con cui la radio può creare fiducia nei protagonisti della cronaca, secondo Azzurra Meringolo, RadioRai. E c’è chi arriva senza assicurazione e senza la sicurezza che il lavoro sarà riconosciuto e remunerato, come Piervincenzi e Bosco. Freelance e fotografi, che sono stati stavolta presenti in grande numero e hanno mostrato un giornalismo prezioso, incosciente, spesso sfruttato. Scavo ricorda il consiglio di Egisto Corradi, un inviato d’altri tempi: “Camminare, camminare tantissimo”. Dice che vanno ascoltate tante voci, quelle ufficiali e quelle sul terreno, che il compito dell’inviato è “ricomporre il puzzle”. Cremonesi risponde a quella domanda di prima (Perché i giornalisti vanno in guerra?) così: “La guerra è la forma più appassionante del giornalismo, perché nel conflitto l’uomo è nudo, autentico, mette in gioco tutto”. Qualcun altro va per far emergere, attraverso le storie, che “la guerra fa schifo”, dice Sicuro». (Andrea Garibaldi, Introduzione a Alberto Ferrigolo e Sofia Gadici, Cronisti in guerra. Donne e uomini, inviati storici, giovani emergenti, freelance sul terreno dell’Ucraina, All Around Edizioni, Roma, 2023)

Come si scrive il conflitto del terzo millennio? Una guerra elettronica, con i droni, i satelliti, l’informatica, ma anche le trincee, i fienili, i rifugi antiaerei. Le testimonianze, raccolte da professionereporter.eu di dodici inviati esperti, giovani professionisti e freelance. Donne e uomini. Le verifiche dei fatti, gli incontri disperati, l’equipaggiamento, la paura. Le case, gli alberghi, gli aiuti sul posto. Viaggio nell’orrore dentro l’Europa, nell’informazione antica e modernissima.

 

Alberto Ferrigolo (Venezia, 1956) ha lavorato a «il manifesto» per quasi vent’anni e, dal 1996, a «Diario della Settimana» diretto da Enrico Deaglio. Dal 2001 è freelance. È fondatore e collaboratore di «Professione Reporter».

Sofia Gadici, laureata in Scienze politiche e Comunicazione, ha frequentato la scuola di giornalismo di Perugia. Collabora con varie testate giornalistiche, fra cui «la Repubblica», «Tpi» e «Professione Reporter». Lavora per l’agenzia video Agtw ed è autrice di volumi divulgativi a tema storico per il «Corriere della Sera».

 

Il libro di Alberto Ferrigolo e Sofia Gadici Cronisti in guerra, Donne e uomini, inviati storici, giovani emergenti, freelance sul terreno dell’Ucraina, pubblicato da All Around Edizioni (Roma) nella collana “Focus” – interventi: Fausto Biloslavo, Alfredo Bosco, Lorenzo Cremonesi, Emma Farnè, Francesca Mannocchi, Azzurra Meringolo, Ilario Piagnarelli, Daniele Piervincenzi, Nello Scavo, Francesco Semprini, Marta Serafini, Giammarco Sicuro – è disponibile in libreria e online da febbraio 2023

, , , , , , , , , , , , , , , , ,
Alessandro Poggiani

Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi e articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, fiere librarie e vernissages.

Dalla Home