Istanbul, un reportage sulla felicità

Ho la sensazione che la città mi stesse aspettando. Ha avuto pazienza. Sapeva che, da occidentale, avrei presto emotivamente consegnato...

foto Laura Venezia

Ho la sensazione che la città mi stesse aspettando. Ha avuto pazienza. Sapeva che, da occidentale, avrei presto emotivamente consegnato i polsi e mi sarei costituita.

Con la testa ed il cuore ancora traboccanti della Mostra del Cinema, il red carpet, le conferenze stampa e poi il rientro, e poi ancora Roma e la sarabanda del post-elezioni; in Italia si vive così, nonostante il rischio della recessione e il bollettino dei contagi, le chiacchiere dei politici raccolte dai cronisti bevendo un caffè da Giolitti, a due passi dalla Camera dei deputati, scandiscono i giorni vorticosi che ci condurranno al nuovo Governo.

Così, quello che avrebbe dovuto essere un breve soggiorno, è un nuovo mondo. Metti assieme un volo aereo, una città sconosciuta e l’inconfessabile desiderio di lontananza fecondato dalla pandemia, e il mondo cambia. Volendo esagerare, e forse ne varrebbe la pena, si potrebbe dire che Istanbul è un luogo magico.

In albergo provo ancora a seguire la CNN, non fanno che parlare di Berlusconi e del suo imbarazzante carteggio con Putin. Poi accade che tutto sfuma, poiché arriva il momento della quarta preghiera della giornata: si leva un canto in una lontananza quasi perduta, come donata; niente è più come prima. Con una passeggiata in Piazza Taksim, tra le luminarie, le caldarroste e le pannocchie giganti, ti accorgi che la politica è anche e soprattutto qui: la città è costellata da un’infinità di bandiere. Il 29 ottobre si festeggia la Repubblica e il padre fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk. L’eroe nazionale turco getta su di noi un’occhiata di severa bonomia, guardandoci dallo stendardo su cui è perfettamente ritratto, con il suo elegantissimo smoking e i capelli impomatati e forse quel profumo un poco aspro di colonia al limone, di cui mi innamorerò perdutamente (ne farò incetta riempiendo il bagaglio da stiva, qui si usa come disinfettante anche quando si accolgono ospiti in casa). Vorrei portare via tante altre cose, come il favoloso Sutlac, un budino d latte, riso e zucchero che da solo basterebbe a sugellare quel proverbio turco che recita: «Mangiamo dolci. Parliamo dolcemente».

Del resto, qui tutto è sontuoso, assaporo un Kavaklidere Egeo Merlot (i turchi al vino preferiscono la birra) che esalta il sapore dello spezzatino piccante e del dessert chiamato “baklava”, un piccolo pasticcino con miele e granella di pistacchio; così subentra la consapevolezza che qui la lentezza è tutto.

Ricordo che in un bellissimo film, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Omar Sharif ci insegna che «la felicità è nella lentezza». Potrei aggiungere che è soprattutto nel vedere Istanbul dal battello, mentre viene incontro allo spettatore vigorosa di significato, mentre lo sguardo trascorre come in un sogno sulle rive ventose del Bosforo impazzito di luce; oppure, potrei suggerire che per essere felici basta togliere le scarpe e varcare la soglia di Santa Sofia o della Solimano, e sentire sotto i piedi la morbidezza impalpabile dei tappeti, degli arazzi, dei drappi preziosi. L’illuminazione flebile rende le volte misteriose e bellissime.

Non resta che perdersi tra le spire del Grand Bazaar, e la fascinazione sarà completa, come nella visione notturna delle rive del Bosforo. Le ville sontuose, che riesco a violare con il mio teleobiettivo, sono arredate con gusto: lampadari, specchi e mobili d’antiquariato richiamano alla mente una borghesia ispirata dalle corti dell’Impero ottomano, l’importanza di una memoria che viene tramandata con cura e che non ha nulla a che vedere con quel benessere piccolo borghese nato sotto l’egida di Amazon. Questione di lentezza, il gusto; come pure la tradizione. Nulla può sciogliere l’incanto, neanche l’arrivo a sorpresa del Presidente “sultano”, Recep Tayyip Erdogan, che si trova in città per la preghiera del Venerdì. La scorta presidenziale vanta dei tank di tutto rispetto, che scorrazzano per le strette strade della città lanciando un roboante stridore di sirena. Si tratta di pochi minuti, dopo i quali la calma e la lentezza sono subito ristabiliti. Il tempo di un tè al gelsomino ed è già ora della preghiera. Roba da poveri sentimentali? Lo dite voi. Devo andare via, ma spero di tornare al più presto. Gli amici turchi dicono o, meglio, augurano: «Inshallah».

 

A cura di Laura Venezia

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Francesca Gianna

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