“La cena delle belve” di Vahè Katchà debutta al Teatro Quirino

Ha debuttato con un meritatissimo en plein di pubblico martedì 19 febbraio 2019 al Teatro Quirino la pièce di Vahè Katchà La...

"La cena delle belve"

Ha debuttato con un meritatissimo en plein di pubblico martedì 19 febbraio 2019 al Teatro Quirino la pièce di Vahè Katchà La cena delle belve, versione italiana di Vincenzo Cerami, regia di Julien Sibre e Virginia Acqua, ed interpretata da Marianella Bargilli, Francesco Bonomo, Maurizio Donadoni, Ralph Palka, Gianluca Ramazzotti, Ruben Rigillo, Emanuele Salce e Silvia Siravo.

Italia, 1943. Durante l’occupazione tedesca, sette persone, per disconnettersi temporaneamente dalle tragedie della guerra, festeggiano in allegria il ventiduesimo compleanno di un’amica comune. La stessa sera, in strada di fronte alla loro palazzina, due ufficiali tedeschi vengono uccisi in un attentato e, per rappresaglia, la Gestapo decide di prendere venti ostaggi (due per ognuno fra i dieci appartamenti dell’edificio) da fucilare. Il comandante tedesco riconosce nel proprietario dell’appartamento il libraio dal quale sovente acquista o prende in prestito delle opere, e, per mantenere il “rapporto di cortesia”, concede loro un “privilegio”: due ore di tempo, e lasciando a loro la scelta dei due da consegnare. In queste due ore, ognuno cercherà con ogni mezzo di salvare la propria vita e, di fronte alla paura della morte, dopo accesi contrasti e diverbi, a poco a poco l’amicizia cade tirando fuori il peggio di ognuno. Il finale lascerà un quadro a dir poco deprimente della natura umana nei momenti di estrema difficoltà.

Uno spettacolo che guida lo spettatore/spettatrice coinvolgendolo emotivamente fino al finale a sorpresa, e costringendolo a identificarsi ora in uno ora in un altro fra i sette personaggi: il libraio e sua moglie (la festeggiata) che organizzano la cena; il medico, che non si cura troppo di nascondere il suo interesse e la sua simpatia per gli invasori tedeschi; un reduce di guerra rimasto cieco in combattimento e che ciononostante ha conservato uno sguardo gioioso sulla vita; una giovane vedova tentata dalla Resistenza; un omosessuale cinico ed un bieco affarista collaborazionista. Fino alla domanda fatale che lo spettatore, istintivamente ed inesorabilmente, è portato a farsi: Cosa avrei fatto se fossi stato al loro posto?  Il genio di Vahè Katchà (1928-2003) disegna senza alcun compiacimento la natura umana, con un crudo realismo in cui, nello stesso tempo, l’ironia non è mai assente.

E, di fronte all’orrore affrontato a volte con derisione, lo spettatore è libero di decidere cosa fare: ridere di tali piccoli personaggi, “piangere” o, verosimilmente, entrambe le cose.

La vita e la morte. La guerra le rende entrambe fenomeni quotidiani e indissolubili fra loro. Un gioco spietato. Un potere (quello di decidere i due su sette da consegnare come ostaggi) concesso dal capitano tedesco con estremo cinismo («Rovesciamo la prospettiva. Se volessi, potrei farvi fucilare tutti e sette. Quindi in realtà non vi sto offrendo di sacrificarne due, ma di salvarne cinque») come se fosse un “privilegio”, e che trasforma sette persone (e perdipiù amiche fra loro) in “belve” pronte a partecipare ad una sorta di danza macabra in cui apparentemente l’unica via è quella di azzannarsi a vicenda in nome della legge di sopravvivenza (che, notoriamente, nei momenti di grave difficoltà, scatta in automatico ed è una fra le grandi forze che dominano il mondo). Ognuno, con codardia e totale mancanza di ritegno, cercherà di far uccidere gli altri, perché in fondo è preferibile «avere due cadaveri sulla coscienza che esser io un cadavere sulla coscienza di qualcun altro». E nella corsa selvaggia per la sopravvivenza, sul “tavolo della trattativa” finirà di tutto: i soldi, gli amici, la propria moglie, i pazienti – da antologia la tragicomica telefonata del medico, che ormai fuori di testa a causa della paura, arriverà a provare (invano) a telefonare ad alcuni suoi pazienti che abitano in zona per invitarli nell’appartamento per aumentare così il numero di persone “papabili” per la fucilazione e far diminuire  le probabilità di esser scelto lui. Ma soprattutto a finir sotto le scarpe sarà la dignità di ognuno.

Un gruppo di persone chiuse in un unico ambiente e costrette loro malgrado a prendere una decisione drammatica. Tale situazione non è affatto nuova, sia a teatro sia al cinema – mutatis mutandis, come non ricordare il bellissimo 12 Angry Men (La parola ai giurati) di Reginald Rose, nato come dramma televisivo, portato al cinema con il capolavoro di Sidney Lumet del 1957 (considerato quasi all’unanimità come uno fra i migliori Courtroom drama mai realizzati), sul piccolo schermo nel 1997 e più volte a teatro a partire dal 1964 (compresa la versione del 2007 diretta ed interpretata da Alessandro Gassman e che aveva fra gli interpreti anche Emanuele Salce) -, ma stavolta il fatto che i sette siano amici fra loro – e che l’oggetto della loro decisione dovrà essere il far fucilare due di loro – trasforma il tutto in un qualcosa di straordinariamente teso, serrato e drammatico, nonché ricchissimo di sfumature, dettagli, sottigliezze psicologiche e introspezione.

Dal testo di Vahè Katchà, negli anni Sessanta (nel 1964) è stato tratto un ottimo film francese – Le répas des fauves, titolo italiano: Il pasto delle belve – , scritto da Christian-Jaque, Henri Jeanson, Claude Marcy e dallo stesso Vahè Katchà, diretto da Christian-Jaque ed interpretato da France Anglade, Francis Blanche, Antonella Lualdi, Claude Rich, Adolfo Marsillach, Dominique Paturel, Claude Nicot e Boy Gobert. Un film molto efficace in cui appare chiaramente la sostanza dell’opera («Al nostro posto chiunque agirebbe così. Davanti al plotone di esecuzione non mi mostrerei più coraggioso di un altro, perché ormai sarebbe finita, ma per evitare di arrivarci farei qualunque cosa, qualunque cosa, qualunque cosa!», dice Victor, il padrone di casa, per giustificare il suo modo di comportarsi).

Ottima l’atmosfera, la scenografia ed i costumi. Molto efficace l’idea di proiettare sullo sfondo immagini di guerra che comunicano allo spettatore il clima di paura e di tensione in cui la popolazione civile era costretta a vivere/sopravvivere in epoche di occupazione tedesca e di bombardamenti.

Superlative le prove di recitazione dei sette interpreti, tutti in grado di dar vita a ritratti psicologici molto convincenti. Francesco Bonomo (il reduce cieco), Gianluca Ramazzotti (il già citato medico con simpatie per i tedeschi), Ruben Rigillo (il libraio padrone di casa e marito della festeggiata) e Emanuele Salce (il professore omosessuale e sospettato di essere ebreo) sono bravissimi.

Maurizio Donadoni (l’affarista collaborazionista), con altrettanta bravura, riesce in un’impresa tutt’altro che facile: quella di render qua e là quasi “simpatico” un personaggio falso, viscido, bieco ed in grado di inventarsi e suggerire meschinità e bassezze inenarrabili.

Ralph Palka (il capitano Kaubach) e le due attrici – Marianella Bargilli (Sofia, la festeggiata) e Silvia Siravo (Francesca, la giovane e irriducibile vedova attiva nella Resistenza, nonché l’unica fra i sette che, nel corso dell’intera vicenda, non anteporrà mai il salvarsi la vita alla sua dignità personale) sono quasi “di un altro pianeta”. La loro bravura è tale che, quando recitano le loro battute (assoli e non), riescono a far focalizzare completamente su di loro l’attenzione dello spettatore (se fossimo al cinema, si direbbe che “bucano lo schermo”) e superando le performances degli interpreti del già citato film francese del ’64 (rispettivamente un inquietante Boy Gobert nel ruolo di Kaubach e le ottime France Anglade e Antonella Lualdi – in uno fra i suoi primi ruoli in Francia – in quelli di Sophie e Françoise).

«È stato un lavoro meraviglioso, su un testo molto bello, con un adattamento altrettanto bello ed intenso di Vincenzo Cerami. È stata la sua ultima opera prima di lasciarci e per me è stato un grandissimo onore poter lavorare con la sua opera, con le sue parole, con il suo grande talento e la sua grande sensibilità. Anche la compagnia è meravigliosa. Gli attori, oltre che una professionalità ed un’umanità incredibile, hanno un talento straordinario da cui io stessa non ho fatto altro che imparare e lasciarmi ispirare, cercando nello stesso tempo di ispirarli con la mia passione. Spero veramente che il lavoro appassionerà anche il pubblico, perché è uno spettacolo che porta lo spettatore sul palcoscenico; si tratta di una situazione che idealmente potremmo vivere tutti. Una situazione che a quell’epoca avremmo potuto vivere tutti e, anche oggi, è possibile proiettarsi in una situazione simile. È uno spettacolo in cui il pubblico viene invitato a vivere con i personaggi la loro storia, perché una peculiarità della vicenda è nel fatto che si svolge in tempo reale. Quindi il pubblico ha veramente la possibilità di vivere minuto per minuto, istante per istante, gli stessi pensieri, le stesse emozioni, le stesse domande e gli stessi dubbi dei personaggi, di sentirsi come uno di loro. E naturalmente gli interrogativi che istintivamente affiorano sono numerosi ed importanti. Il primo fra tutti è “cosa farei/cosa avrei fatto io al loro posto?”, “cosa farei/cosa avrei fatto io se fossi/se fossi stato lì?”. È una pièce sulla natura umana che forse aiuta anche a sentirsi un po’ meno “in colpa” per i nostri lati oscuri. Perché anche il migliore fra noi può avere un suo lato oscuro e, nello stesso tempo, anche il peggiore di noi può avere un lato più luminoso. Pertanto il mio non è solo un invito a trascorrere una bella serata con noi, ma anche una sfida che lancio a tutti gli spettatori, a tutti coloro i quali/le quali vorranno assistere al nostro spettacolo» (Virginia Acqua)

Il film Le répas des fauves (Il pasto delle belve) di Christian-Jaque verrà proiettato – ad ingresso libero – al Teatro Quirino sabato 23 febbraio 2019 alle ore 16.30.

La cena delle belve di Vahè Katchà – elaborazione drammaturgica: Julien Sibre; versione italiana: Vincenzo Cerami; regia: Julien Sibre, Virginia Acqua; scene: Carlo De Marino; costumi: Francesca Brunori; disegno luci: Giuseppe Filipponio; direzione tecnica: Stefano Orsini; interpreti e personaggi: Marianella Bargilli (Sofia), Francesco Bonomo (Pietro), Maurizio Donadoni (Andrea), Ralph Palka (Kaubach), Gianluca Ramazzotti (il Dottore), Ruben Rigillo (Vittorio), Emanuele Salce (Vincenzo), Silvia Siravo (Francesca); produzione: Gianluca Ramazzotti per Ginevra Media Production, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano in collaborazione con Festival di Borgio Verezzi -, già portata in scena a Borgio Verezzi (SV) nell’agosto 2017, al Teatro Goldoni di Bagnacavallo (RA), al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, al Teatro San Rocco di Seregno (MB), al Cinema Teatro Cristallo di Cesano Boscone (MI), al Cinema Teatro San Giuseppe di Brugherio (MB), al Cinema Teatro Astoria di Lerici (SP), ed al Teatro Besostri di Mede (PV), rimarrà in scena al Teatro Quirino fino a domenica 3 marzo 2019.

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Alessandro Poggiani

Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi e articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, fiere librarie e vernissages.

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