La parrocchia romana di San Gioacchino in Prati è anche una “Casa della Vita”

La celebrazione del “Giorno della memoria” (27 gennaio) è anche occasione per ricordare un’importante pagina di solidarietà e di aiuto...

La parrocchia romana di San Gioacchino in Prati

La celebrazione del “Giorno della memoria” (27 gennaio) è anche occasione per ricordare un’importante pagina di solidarietà e di aiuto attivo, poco nota ai romani, scritta nel corso dell’occupazione tedesca della città dietro il piccolo rosone del sottotetto della chiesa romana di San Gioacchino in Prati, in Via Pompeo Magno, il cui  ricordo è conservato nella sigla S.A.S.G. (Sezione Aerea San Gioacchino),  dal parroco della chiesa, il redentorista padre Antonio Dréssino, da Suor Margherita Bernès del vicino convento delle Figlie della Carità, dall’ingegnere Pietro Lestini, vice-presidente dell’Azione Cattolica, e da sua figlia Giuliana, all’epoca giovane studentessa.

Sul lato destro dell’ingresso principale della chiesa una grande lapide in marmo grigio – sulla quale è inciso che dal 25 ottobre 1943 al 7 giugno 1944 la Chiesa è stata un sicuro nascondiglio per tanti perseguitati razziali e politici –  ricorda ai distratti passanti il motivo per cui quel luogo è annoverato come “Casa della Vita”, titolo che le è stato attribuito dalla Fondazione Internazionale Raoul Wallemberg perché, dopo l’8 settembre 1943 “Questo edificio è servito di rifugio per persone innocenti perseguitate dai nazisti”.

Nella chiesa trovarono rifugio ricercati politici, militari ed ebrei, nascosti prima nell’annesso teatrino parrocchiale, poi, a partire dal 3 novembre 1943, in uno spazio realizzato dall’Ing. Pietro Lestini, che conosceva tutti gli ambienti della chiesa, tra la volta a botte e il tetto a capriate il cui accesso, per sfuggire a eventuali perquisizioni, venne murato fino alla Liberazione di Roma (4 giugno 1944). In quell’ambiente sono state ospitate – in tempi diversi – dalle dieci alle quindici persone che avevano, come unico mezzo di contatto con l’esterno, una piccola finestra, apribile solo di notte per motivi di sicurezza, ricavata nel rosone del timpano a cinquanta metri da terra. Per evitare che ne trapelasse l’esistenza, il luogo del nascondiglio venne tenuto nascosto anche ai parenti più stretti dei rifugiati ai quali venivano però recapitati messaggi.

Nello “stanzone aereo”, raggiungibile solo attraverso la piccola finestra con una scala a corda (al quale era stato dato il nome di “Sezione Aerea San Gioacchino”), vennero ricavati spazi diversi,   riservati a ciascun ospite, dotati di una luce, e realizzato uno spazio comune arredato con  impianto luce, un tavolo, alcune sedie, una radio e alcuni fornelletti per riscaldare le vivande, un piccolo gabinetto, che rispettava le regole della decenza, e costruito un argano per il carico e scarico, attraverso la finestra al centro del timpano, dei materiali necessari alla vita quotidiana dei rifugiati: cibo, vestiti, lettere, giornali.  

Il peso maggiore dell’assistenza ai rifugiati, fu sostenuto da Suor Margherita Bernès, molto conosciuta nel quartiere nel quale viveva dal 1933, che riuscì a provvedere per sette mesi alle necessità di “quella gente lassù” e a riunire per il pranzo di Natale 1943 i rifugiati “in libera uscita” (si erano calati, con tutti gli accorgimenti necessari, dal rosone) con i loro familiari in una sala del convento delle suore la cui sede era proprio dinanzi alla Chiesa di San Gioacchino. Suor Margherita, nel 1951, si trasferì ad Ain Karim, a pochi chilometri da Gerusalemme, dove ha continuato, insieme con altre consorelle, il suo apostolato. Prima di morire, ad Alessandria d’Egitto (nel 1966), ha avuto la gioia di incontrare due dei “rifugiati” del sottotetto della chiesa di San Gioacchino.

Al termine della guerra, per aver salvato i perseguitati lo Yad Vashem ha insignito con l’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni” la parrocchia, padre Antonio Dréssino, suor Margherita Bernès, addetta all’approvvigionamento del cibo e del vestiario, l’ingegner Lestini, che aveva organizzato il tutto e sovrinteso alle operazioni logistiche, e sua figlia Giuliana che aveva curato i rapporti tra le famiglie e i rifugiati.

, , , , ,
Valentina Di Luzio

Valentina Di Luzio

Laurea con lode in Mediazione Linguistica e laurea magistrale in Traduzione specialistica.

Dalla Home