La sindrome di Hubris è un disordine psicologico che colpisce persone che hanno raggiunto posizioni di potere o di importanza strategica, all’interno di un’organizzazione, e si caratterizza per un atteggiamento arrogante di sostanziale distacco dalla realtà. L’ arroganza diventa l’elemento relazionale fondante di leader, manager e figure (e ruoli) cardine di un’organizzazione, trasformandoli in individui dall’ego strabordante, senza freni, privi di empatia, convinti della propria infallibilità e incapaci di ascolto.
Il termine “Hubris” deriva dal greco antico, e più precisamente dal nome della dea “Hybris” che identificava la tracotanza degli uomini (e delle donne) che oltrepassavano ampiamente il seminato. La dea greca Hybris era la dea dell’insolenza, dell’arroganza e della presunzione, della violenza e dell’orgoglio sconsiderato; tutti comportamenti che, per una sorta di legge del contrappasso e per distribuire giustizia compensatrice, venivano poi castigati da Nemesi.
Questo disturbo psicologico trasforma di fatto leader e manager, in capi arroganti e padroni dei destini altrui, senza se e senza ma, una trasformazione di personalità che si concretizza però, solo dopo aver raggiunto una posizione di potere o un successo importante, mai prima. È questo il problema più grande, che rilancia l’importanza della selezione e del merito. Non si parla certo di semplice egocentrismo, che sta alla base, ma di una vera e propria alterazione del comportamento e della personalità, legata al disprezzo per le regole, con la certezza di poter concedersi di tutto.
Questo disturbo, pur essendo vecchio quanto il mondo, è stato descritto da Lord David Owen e Jonathan Davidson nel maggio 2009, in maniera organica, sulla rivista “Brain”. In quella pubblicazione scientifica venivano riportati studi su personalità di alcune figure di spicco, proprio durante il loro esercizio del potere. I risultati furono molto interessanti, e dimostrarono che le persone non presentavano particolari caratteristiche “prima” di arrivare al potere, ma solo “dopo”.
Tra gli effetti più eclatanti della sindrome, c’è la componente distruttiva, con sostanziali risvolti e conseguenze per l’organizzazione (o la società), in cui essa viene messa in atto, che a cascata trascina tutto, fino al cosiddetto “disengagement” dei lavoratori, che sono presenti fisicamente ma non emotivamente e mentalmente, quasi senza più impegno.
Tra i motivi per cui molti partiti politici, imprese, ed organizzazioni a vario titolo, mandano all’aria buoni propositi per i quali sono stati creati, c’è anche quello di avere al vertice una persona con sindrome di Hubris.
Come già descritto dallo psicologo e filosofo Erich Fromm, l’ego è la base di molti disturbi, esso però non è ciò che ci rende forti ma è ciò che viene costruito per non affrontare la propria vera insita natura, e più questo riceve approvazione dall’esterno e più si cristallizza come maschera. L’ego sembra dunque essere una sorta di costrutto artificiale per piacere, apparire e proteggersi, non certo per “essere” e conoscere sé stessi. Quindi l’ego tende a scandire il tempo nel momento stesso in cui si dà importanza a come ci si sente visti dagli altri e a come ti riconoscono il potere che si incarna, e non più a come ci si sente realmente. Uno scollamento che porta a far confondere “l’attenzione che ti rivolgono gli altri” con “il valore che si ha per sé stessi”, alimentando fragilità, e di conseguenza la dipendenza dall’applauso esterno, dal potere e dal successo.
La sindrome di Hubris è in questo senso un illudersi di essere forte solo per il ruolo e l’attenzione ricevuta, e solo perché il contesto spinge a farlo credere, questo alimenta narcisismo e arroganza, accrescendo l’immagine che gli altri danno in base al ruolo rivestito, che spinge invece a dimenticare sé stessi, la propria immagine e la propria umanità.
Una buona notizia, al netto dei danni umani e materiali causati, e dei quali si è responsabili, sembra essere quella che questa sindrome da “intossicazione da potere” può regredire, finanche scomparire, quando vengono a mancare i benefici della posizione predominante di potere, che di fatto l’hanno generata.








