L’arte perduta di non fare nulla: cosa penserebbero delle nostre vacanze gli antichi Romani

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Foto di Carmelo Daniele

Pensiamo di saper andare in vacanza, ma gli antichi Romani non sarebbero affatto d’accordo.

Ogni estate tra le foto che avrete probabilmente scattato, o ricevuto c’è: un tramonto, un piatto di pasta, una spiaggia vista dall’alto. Sotto, una didascalia che promette relax. Eppure, se un antico romano sbirciasse nel nostro smartphone, difficilmente riconoscerebbe in quella frenesia di scatti, itinerari e cose-da-non-perdere il concetto che lui chiamava vacatio. Ci chiederebbe, con una punta di ironia: “Ma voi, in vacanza, quando siete vuoti?“

“Vacanza” viene dal latino vacare

La domanda non è oziosa, se ci passa il gioco di parole. La parola stessa “vacanza” viene dal latino vacare (essere vuoto o libero), che significa essere vuoti, liberi da impegni, disponibili. Non un contenitore da riempire di esperienze, ma uno spazio che si apre proprio perché viene svuotato. È un’idea quasi controintuitiva, oggi: siamo abituati a pensare al tempo libero come a un’agenda parallela, spesso più fitta di quella lavorativa, fatta di visite guidate, gite fuori porta, cene da fotografare, luoghi da “fare”. Le ferie, insomma, rischiano di trasformarsi in quello che i latini chiamavano negotium — letteralmente il negare l’otium, l’occupazione che nega il riposo — solo spostato di scenario: dall’ufficio alla spiaggia, dalla scrivania al sentiero di montagna.

L’otium non era pigrizia

Per i Romani, invece, l’otium non era pigrizia né vuoto improduttivo. Era, al contrario, il tempo più prezioso: quello dedicato alla lettura, alla conversazione filosofica, alla scrittura, alla cura di sé e delle relazioni. Seneca, nelle sue lettere a Lucilio, tornava spesso su questo tema, ricordando che il vero riposo non è l’assenza di attività, ma l’assenza di dispersione: un raccogliersi, invece di uno sparpagliarsi. Il negotium — gli affari, gli impegni pubblici, il lavoro — era ciò da cui ci si allontanava per ritrovare, nell’otium, uno spazio mentale in cui pensare con calma, senza scadenze né distrazioni.

Portiamo il negotium in vacanza con noi

Oggi il paradosso è che portiamo il negotium in vacanza con noi, spesso senza accorgercene. Non solo perché controlliamo le email dall’ombrellone, ma perché anche il riposo è diventato un compito da svolgere bene, da documentare, da ottimizzare. C’è quasi un’ansia da prestazione del relax: bisogna divertirsi abbastanza, vedere abbastanza, condividere abbastanza, per dimostrare — a chi, poi? — che le ferie sono state “ben spese”. Come se il tempo vuoto, di per sé, non avesse alcun valore.

Basterebbe guardare il mare o le nuvole

Eppure basterebbe fermarsi un pomeriggio, senza programmi, a guardare il mare o le nuvole, per riscoprire quanto quel vuoto sia in realtà pieno: di pensieri che normalmente non abbiamo tempo di pensare, di silenzi che il rumore quotidiano non ci concede, di una lentezza che rimette ordine invece di aggiungere caos.

Itinerari perfetti

Non si tratta di rinunciare ai viaggi, alle scoperte, agli incontri che rendono le vacanze memorabili — sarebbe un moralismo sterile, oltre che poco divertente. Si tratta, piuttosto, di lasciare qualche crepa nel programma, qualche ora di autentico vacare, in cui non c’è nulla da fare se non essere, semplicemente, presenti a se stessi. Forse è proprio in quelle crepe, e non negli itinerari perfetti, che si nasconde il vero riposo — quello che i Romani, con una parola sola, sapevano chiamare per nome.

Concludo e auguro buone vacanze a tutti!

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Carmelo Daniele

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