«Quello che per ogni altro sarebbe l’oceano della negazione, un orrore totale, io ci galleggio sopra in una barchetta di carta. Costruita con poche, mediocri, qua e là ironiche, idee generali». Scriveva così Guido Morselli nel suo capolavoro Dissipatio H.G., opera di fantascienza pubblicata nel 1977, ben quattro anni dopo la morte dello scrittore. E fu proprio quest’opera – quella che in seguito, più di ogni altra, decreterà la consacrazione artistica dello scrittor – a essere rispedita al mittente, a Morselli in persona, che fiducioso aspettava una risposta dagli editori circa il proprio manoscritto. Che, invece, venne rifiutato. Più volte.
Quel giorno, però, qualcosa si ruppe definitivamente. Stanco, probabilmente assillato da un gran senso di solitudine e di isolamento, Morselli si suicidò quel giorno stesso sparandosi un colpo con la sua Browning 7.65, più volte definita “la ragazza dall’occhio nero” nei suoi romanzi. L’anno dopo, Adelphi pubblicherà Roma senza Papa, dando vita a un vero e proprio caso editoriale: improvvisamente, tutti conoscono Morselli, tutti si rendono conto di quanto fosse bravo.
Morselli non è di certo il primo autore a sentirsi rifiutato dal suo tempo, dagli editori, dalla critica, dai lettori. Numerosissimi sono gli esempi di scrittori morti convinti di non poter arrivare al successo, convinti quasi di non saper scrivere – si pensi a Giovanni Verga – oppure ancora di non avere possibilità umane e lavorative nel mondo delle pubblicazioni. A cosa serve allora ricordare? Osservare la fortuna postuma sembra quasi un atto sadico, e l’impossibilità di comunicare diventa il sigillo di un riconoscimento arrivato troppo tardi.
La pubblicazione di Mi sono conosciuto nel sogno sembra rispondere proprio a queste riflessioni. Il libro, edito da Adelphi, custodisce il cuore delle riflessioni annotate da Morselli sul suo diario quando era in vita, a partire dal 1938, fino alla sua morte, avvenuta nel 1973. Ed è incredibile notare come, anche negli appunti personali, Morselli si riveli uno scrittore abilissimo, un pensatore fecondo. In alcuni passaggi, l’autore parla e ragiona come se stesse interpretando alcuni dei suoi personaggi, e la sua capacità di osservare si rivela l’arma vincente attraverso la quale lo sguardo sul mondo può continuare a mantenersi limpido, nonostante le delusioni. Le considerazioni letterarie sulla crisi del romanzo si mescolano e si sigillano alla realizzazione di un autoritratto oggettivo e talvolta severo, mediante il quale Morselli descrive se stesso, parlando del proprio mondo interiore, delle fragilità, del senso di un tutto sempre sfuggente.
Il sentimento profondo che sgorga dalla possibilità di un incontro nuovo, la condizione di poter rivivere ancora e ancora la compagnia di una mente gentile e brillante che la storia ci ha sottratto troppo presto; ecco il vero significato dell’opera. Un libro che vive, che spera. Proprio come fece Guido Morselli, proprio come continua a fare, anche oggi, più di cinquanta anni dopo.








