Piaf di Federico Malvaldi al Teatro Spazio 18/B. Intervista a Veronica Rivolta

Ultima settimana per “Piaf”, lo spettacolo di Federico Malvaldi – regia di Rivolta/Malvaldi ed interpretato da Veronica Rivolta – che...

foto Federico Malvaldi
Veronica Rivolta in "Piaf"

Ultima settimana per “Piaf”, lo spettacolo di Federico Malvaldi – regia di Rivolta/Malvaldi ed interpretato da Veronica Rivolta – che ha debuttato lo scorso giovedì 16 marzo 2023 al Teatro Spazio 18B – via Rosa Raimondi Garibaldi, 18/b, in zona Garbatella/via Cristoforo Colombo – e che rimarrà in scena fino a domenica 26 marzo.

Abbiamo incontrato la protagonista Veronica Rivolta e le abbiamo rivolto alcune domande.

Com’è nata l’idea di scrivere e di portare in scena uno spettacolo su Édith Piaf?

Semplicemente, lo scorso inverno io e Federico, che avevamo il desiderio di portare avanti un progetto insieme, abbiamo visto che era il sessantesimo anniversario della morte di Édith Piaf e non abbiamo avuto alcun dubbio, perché il personaggio stesso metteva insieme due grandi amori separati e complementari, ovverosia quello di Federico per la Francia, e per Parigi in particolare – è un luogo a cui è fortemente legato – e quello del canto per me. Direi che Édith Piaf mette insieme entrambi gli aspetti all’ennesima potenza. Quindi subito ci siamo detti che sarebbe stato bello scrivere qualcosa a questo proposito. Per cui Federico ha lavorato alla drammaturgia in maniera molto agile anche perché aveva delle immagini estremamente vivide, cosa che credo sia importantissima nel momento in cui tratti un personaggio che è così fortemente legato all’immaginario della propria città di origine.

 

Qual è il sottotesto dello spettacolo? Cosa viene raccontato chiaramente e cosa, invece, viene lasciato allo spettatore/spettatrice ed al suo “legger fra le righe” e “andare al di là del testo”?

Chiaramente noi abbiamo fatto una selezione degli eventi della vita della Piaf e per dare un affresco acquarellato, nel senso che l’intento non era quello di fare un’autobiografia dettagliata, ma di riuscire a creare un affresco che desse anche dello spazio di immaginario allo spettatore. Noi abbiamo messo insieme delle immagini. Quello che succede nello spettatore che vede, che assiste all’epopea di un personaggio così disperato, passionale, come può essere quello della Piaf è che da una parte credo che ci sia un aspetto catartico, nel senso che Edith Piaf, partendo da zero come parte, partendo veramente dal non avere nulla in mano, dall’essere povera, abbandonata e priva di speranze, riuscire a partecipare all’epopea di vita di un personaggio del genere, crea anche, secondo me, un senso propositivo nelle persone. Al contempo veder bruciare un essere umano come ha fatto la Piaf è qualcosa che spaventa e nello stesso tempo emoziona. L’idea in generale è quella di lasciare lo spazio allo spettatore di percepire la vitalità, che è la cosa che dovrebbe animarci in prima istanza nella nostra vita. Quindi credo proprio che quello che lascia e che può leggere fra le righe uno spettatore è l’importanza della vitalità e di andare sempre in fondo ai propri desideri ed imparare a rincorrere con tutto quello che possediamo. Édith Piaf l’unica cosa che possedeva è la sua voce, non era bella, non era ricca, probabilmente era anche relativamente simpatica perché aveva un caratteraccio, ma ha avuto la saggezza di seguire la strada che il suo dono le suggeriva.  Quindi, sicuramente, questo è un augurio che facciamo agli spettatori che assistono a Piaf.

 

Esistono riferimenti, connessioni, differenze e/o analogie con altri spettacoli da te interpretati? Mi riferisco ovviamente soprattutto agli spettacoli in cui hai utilizzato anche il canto.

Devo dire che mi è capitato più volte di utilizzare il canto all’interno di spettacoli di natura completamente diversa l’una dall’altra. In generale devo dire che le figure che ad oggi ho interpretato, cantanti all’interno di spettacoli, erano figure disincarnate, nel senso che facevo degli interventi. Ci sono stati dei casi, ad esempio La Morsa, per una produzione della Compagnia dei Masnadieri, tratta appunto da La morsa di Luigi Pirandello, dove io non ero un personaggio, ma creavo un accompagnamento vocale ispirato dal momento emotivo dei personaggi in scena. Probabilmente il personaggio più incarnato, cantante, che abbia mai rappresentato è stato all’interno dello spettacolo Firenze, libera tutti che era una produzione Attodue Murmuris, a Firenze; in quel caso rappresentavo una ragazza che in periodo di guerra – parliamo sempre della Seconda guerra mondiale – desiderava diventare una cantante, e quindi avevo degli interventi anche cantati. Ma, in generale, devo dire che questa è la prima volta in cui finalmente il canto diventa, in qualche modo, narrazione di quello che il personaggio prova e non potrebbe essere rappresentato diversamente, il canto in Piaf non è mai gratuito, ma è sempre narrazione, è sempre drammaturgia, è quello che lei esprime in momenti fra decisivi, tra l’altro. Perché le canzoni arrivano sempre in momenti in cui il personaggio rimane senza parole e non può fare altro che cantare. Dal primo incontro con Louis Leplée che è probabilmente una delle fortune più grandi di Édith, che viene trovata per strada così, fino a Padam Padam cantata dopo la morte di Cerdan. Per non parlare di Non, je ne regrette rien, che è una chiusura perfetta, un sunto della sua vita; e ci sono delle cose che non possono che essere cantate. Non possono essere raccontate, possono solo essere cantate. E in questo spettacolo, in questa pièce, il canto non è mai elemento distaccato dal resto della drammaturgia, cosa che secondo me lo contraddistingue rispetto a quello che è il musical, dove il canto invece è utilizzato come mezzo di comunicazione che in qualche modo soverchia la parola. E invece, in questo caso, il canto viene utilizzato, seppur molto, – perché comunque le canzoni all’interno di Piaf sono tante – ma non viene mai utilizzato per sostituire la parola; viene utilizzato quando non vi può essere altra soluzione che “cantare” lo stato d’animo del personaggio e per me è un obiettivo meraviglioso, miracoloso, perché  trovo che utilizzare il canto all’interno di uno spettacolo teatrale sia veramente importante quando utilizzato così, cioè quando non c’è altro modo per esprimere l’immagine che si vuole rendere in quel dato momento, se non attraverso una canzone. Si usa come un pezzo di drammaturgia e non come un intervento musicale.

 

L’obiettivo dello spettacolo non è quello di fare un racconto biografico, ma il tentativo di continuare a far vivere la grandezza di una donna e della sua voce, icona di Francia e del mondo intero. Obiettivo più che raggiunto. Tuttavia, con la tua performance riesci a rendere molto efficace anche il percorso biografico della cantante (sia sotto il profilo della sua vita privata sia sotto quello delle sue indimenticabili e indimenticate canzoni). Inoltre, con la tua bellissima voce riesci più volte a strappare momenti di commozione anche nello spettatore abituato da molti anni ad ascoltare le canzoni di Édith Piaf. Penso ad esempio alle tue performances di Padam Padam, che canti subito dopo il drammatico racconto della morte di Marcel Cerdan in un incidente aereo, o di Non, je ne regrette rien, a chiusura dello spettacolo dopo il racconto della scomparsa di Édith Piaf medesima. Come ci sei riuscita? Che tipo di preparazione avete svolto nelle settimane precedenti al debutto?

Quest’ultima domanda ha risposta molto ampia. In realtà, chiaramente siamo partiti dallo scoprire nel dettaglio la biografia della Piaf. Ogni voce, ogni modo di raccontarsi parte sempre dalla vita che si è in qualche modo vissuta. Entrambi, sia io che Federico, siamo partiti dalla biografia per cercare di capire chi fosse questa persona, prima di tutto dove avesse vissuto, come avesse vissuto. Perché la cosa che mi sono ritrovata spesso a dire è che l’aspetto graffiante della voce della Piaf non è solo una questione biologica, ma anche una questione psicologica, emotiva. La nostra voce è anche il risultato di quello che siamo stati e abbiamo vissuto. Quindi era necessario non solo ascoltarla ma anche leggerla, scoprirla, e per questo abbiamo letto un insieme di biografie, documenti, di testimonianze, video; insomma, abbiamo tentato di creare la conoscenza più approfondita che poteva esserci. Per il resto è chiaro che mi sono anche affidata al percorso psicologico; o meglio, più che psicologico, al percorso emotivo all’interno della vita di questo personaggio seguendo la guida della drammaturgia di Federico; nel senso che, a seconda del testo che ci viene presentato o a parità di argomento trattato, in questo caso a parità di biografia, la piega, la difficoltà, la leggerezza che si vanno a creare nell’interprete derivano soprattutto dalla tipologia di drammaturgia, di testo che vanno ad affrontare; e in questo devo dire che Federico ha avuto una capacità incredibile di alternare momenti di leggerezza a momenti di profondità, disperazione, che nella vita della Piaf non si possono ignorare; però ha creato una leggerezza tale per cui non è mai stato pesante o drammatico affrontarne anche le fasi più dolorose. C’è sempre, in qualche modo, uno spirito, secondo me molto giusto, di meraviglia; perfino la morte di Cerdan, che probabilmente è l’evento più traumatico vissuto dalla Piaf, è stato scritto in una maniera tale per cui se ne può sempre apprezzare il lato miracoloso  piuttosto che il lato drammatico, e secondo me è proprio questa la caratteristica di questo testo, che sottolinea sempre di più l’aspetto miracoloso piuttosto che l’aspetto drammatico di quello che accade alla Piaf, e questo permette agli spettatori di non avere una repulsione rispetto al dolore, rispetto alla sfortuna vissuta dal personaggio, ma, invece, di entrare e convivere  profondamente con gli eventi che la Piaf si trova a vivere e ad affrontare. Per quanto riguarda strettamente l’interpretazione musicale, è chiaro che ho ascoltato e riascoltato e riascoltato i brani della Piaf in unione con la lettura, la comprensione della sua biografia e quant’altro ed ho cercato di cogliere quali erano i lati caratteristici – e non stiamo parlando di caratteri timbrici o di tessitura o di interpretazione, quanto proprio del carattere emotivo che lei instillava nelle sue opere; e a quello ci si può avvicinare. Se avessi cercato di avvicinarmi emulando il suo modo di cantare probabilmente non sarei riuscita a rendere quello che ho reso per il semplice fatto che non può essere emulato, o per lo meno l’emulazione è molto meno interessante dell’originale. Questa è una regola che vale in qualunque campo. Quindi la cosa che ho ricercato è stata la caratteristica emotiva che lei in qualche modo metteva all’interno delle sue canzoni, e da attrice, essendo il mio compito quello di entrare nel personaggio, allora diventa più semplice trovare dei colori, delle sfumature, delle caratteristiche interpretative che rendono il personaggio ma non lo emulano.

 

Che tipo di emozioni ti ha lasciato/ti sta dando l’incontro con una figura quasi “leggendaria” di tale calibro?

Il problema non si pone solo con la Piaf, ma ogniqualvolta ci si confronta con una persona che noi definiamo in qualche modo speciale, che ha avuto una vita fuori dal comune, una fama fuori dal comune, una capacità fuori dal comune. Io credo appunto che ci si debba avvicinare con molto rispetto, che ci si debba avvicinare esattamente nello stesso modo di Federico, più con meraviglia che nel senso di voler riportare in vita: non si può riportare in vita, si può, attraverso l’evocazione umile e meravigliata, si può riportare quel senso appunto di vita, di sangue, di intensità che un personaggio del genere porta con sé. Quindi non ci siamo fatti intimorire, ma al contempo non abbiamo mai preteso di confrontarci, soprattutto dal punto di vista di emulazione con questo personaggio. È proprio un inno alla vita, nonostante sappiamo che quello della Piaf è un inno alla vita estremamente breve, ma veramente profondo; credo che lei stessa non abbia mai desiderato altro che amare ed essere amata, come ogni persona – che abbia un dono o non ce l’abbia -, ma quello che lei esprimeva della sua specialità era questo: amare ed essere amata, come desiderio principale della sua vita. E io credo che questo arrivi ad ogni essere umano al di là della formazione, dell’età, della capacità artistica o meno che possieda e credo che, in un certo qual modo, sia anche il segreto della sua fama, perché era quello che urlava all’interno di ogni singola canzone che ha portato sul palcoscenico.

 

 

Piaf di Federico Malvaldi – regia: Rivolta/Malvaldi; assistente alla regia: Davide Mario LoPresti; interprete: Veronica Rivolta; costumi: Marta Montanelli; luci: F. Malvaldi; locandina ideazione grafica: Bernardo Anichini; organizzazione: Ferrante Cavazzuti; ufficio stampa: Maresa Palmacci; produzione: La Compagnia dei Masnadieri – rimarrà in scena al Teatro Spazio 18B fino a domenica 26 marzo 2023 (orario: da giovedì 23 a sabato 25 marzo, ore 20.30; domenica 26, ore 18.00).

 

, , , ,
Alessandro Poggiani

Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi e articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, fiere librarie e vernissages.

Dalla Home