Questa è l’acqua

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro, e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione...

Pesci David Foster Wallace

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro, e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e dice: “Buongiorno ragazzi! Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e dice “Ma cosa diavolo è l’acqua?

Siamo nel 2005, all’università del Kenyon College, in Ohio. A parlare è lo scrittore statunitense David Foster Wallace, di quarantatré anni. Davanti a lui, centinaia di occhi: sono quelli dei giovani studenti che in quell’ateneo si sono appena laureati. Il clima è di pura emozione: a tenere quel discorso in onore della cerimonia delle lauree è un autore tra i più importanti della contemporaneità.

Un autore che inizia quello stesso discorso congratulandosi con gli studenti per il traguardo raggiunto, e che subito dopo comincia a parlare di acqua e di pesci.

<<Io non sono il vecchio pesce saggio della storia>> continua Wallace. <<Il succo della storia dei pesci, in realtà, è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare.>>

Wallace, dunque, sottolinea l’importanza dell’ovvio. E che cos’è l’ovvio, in questo caso? Riposta semplice: l’acqua. Risposta complessa: ciò in cui siamo immersi

L’aneddoto dei pesci verrà ripreso, anni dopo, in un cartone animato del 2020, Soul. La storia è simile ma non identica: un pesce giovane e uno più anziano si incontrano, e il primo chiede al secondo: “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano. Sai dove si trovi?” Il pesce più anziano risponde sbalordito: “L’oceano è ciò in cui stai nuotando adesso!”

“No. Questa è acqua.” Risponde il pesce giovane. “Io invece cerco l’oceano.”

Due storie per certi versi differenti, ma sicuramente uguali nella sostanza. I pesci più giovani, in entrambe le versioni, sono ignari della reale entità dell’ambiente in cui vivono: sono, dunque, del tutto inconsapevoli. I primi non sanno cosa sia l’acqua, il secondo cerca l’oceano pur essendoci dentro. Sarebbe facile, per certi versi, banalizzare il senso profondo di queste righe, riducendolo a una sommaria riflessione sull’ingenuità propria dei giovani che non hanno ancora preso consapevolezza della vita e dei suoi meccanismi. Altrettanto superficiale sarebbe leggere il tutto attraverso le lenti di un sistema valoriale proprio del passato e che non trova più spazio nel presente.

Qual è, allora, il senso di questa storia? È lo stesso Wallace, in un certo senso, a suggerircelo, sempre nel suo discorso all’università: <<E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli.>>

È l’acqua, d’altronde, a rendere possibile la comunicazione tra i pesci. È l’acqua a permettere a quei pesci di nuotare, di esplorare l’oceano a proprio piacimento. È l’acqua l’unica costante di quella vita sommersa, spesso violenta, a volte ingrata e dolorosa, sicuramente unica e non ripetibile. È l’acqua la realtà. Ed è importante rimanere lì, immersi nei suoi flussi, scegliendo di restare attaccati a qualcosa che forse – forse – avrebbe potuto essere migliore, ma che non può essere altro rispetto a ciò che è. 

Questa è l’acqua, dunque. E Wallace lo sapeva, perché lui la conosceva bene. Era sua abitudine inabissarsi e nuotare nella profondità dell’esistenza, e ha continuato a farlo finché ha potuto. Fino a che, per lui, nuotare ha avuto senso.

Chiara Cecere

Chiara Cecere

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