Se Baresi è il calcio che ancora vogliamo

foto Archivio Riccardi ©AGR

Franco Baresi rappresenta quell’idea di calcio che vogliamo coltivare o è solo un dolce ricordo da tenere in soffitta?

La basilica di Sant’Ambrogio a Milano, apice dell’architettura romanica meneghina, ha accolto il feretro del capitano del Milan invincibile: atleta apice del calcio mondiale. Da una parte l’architettura austera ed elegante, senza vezzi e decorazioni, protesa alla pura estetica della spiritualità, dall’altra un uomo essenziale, granitico in campo e silenzioso, che ha saputo come pochi altri incarnare il cuore dei valori sportivi.

Vedendo sfilare oggi a Milano i suoi ex compagni di squadra ed i vertici del calcio italiano, è lecito chiedersi che idea abbiamo costruito del calcio in questi ultimi decenni. Ѐ tanto più logico rifletterci se pensiamo alla concomitanza temporale della morte del capitano del Milan mentre scorrono le notizie sulle lotte di potere ai vertici della FIFA; in buona sostanza quanto strida il nome Franco Baresi vicino a quello di Gianni Infantino.

Sfogliando le pagine dei giornali, ci si imbatte nelle interviste dei suoi compagni di squadra e di nazionale e di suoi celebri avversari. Balza immediatamente all’occhio che i temi affrontati non sono tanto le numerose imprese sportive, ma i ricordi personali; frammenti di amicizie durante gli allenamenti, le trasferte o i ritiri pre-campionato e ancora ricordi di abbracci, sorrisi o poche parole in momenti complicati o felici.

Ma se anche volessimo volgere lo sguardo al campo, è Demetrio Albertini a tracciare questa continuità tra il risultato sportivo e l’uomo: “I ricordi sono tanti. L’abbraccio dopo il gol fatto in semifinale col Monaco, con il suo abbraccio quando mi è sembrato di riavere la stessa emozione del gol fatto venti secondi prima”. 

In questo spezzone di intervista c’è tutto il significato sociale e umano dello sport, perché in fondo ci sta spiegando che il risultato sportivo, la vittoria di una competizione, non hanno nessun significato se non sono immersi nel desiderio di condividerne la gioia.

Due visioni a confronto

Ora però focalizziamo bene queste parole: condivisione, gioia, affetto, armonia e voltiamoci indietro di qualche settimana cercando di rintracciarle nella narrazione del Mondiale appena concluso.

Forse si trovano nei biglietti rivenduti a pacchetti alle agenzie, che dopo aver fatto lievitare il prezzo li immettono sul mercato a più di 1.000 dollari ciascuno, svuotando gli spalti di tifosi e riempiendoli di consumatori preferibilmente ricchi e ben vestiti?

Oppure nei “cooling break” obbligatori anche mentre piove o con condizioni meteo favorevoli all’unico scopo di vendere a peso d’oro i vuoti sportivi agli sponsor?

O infine potreste trovare queste parole nella surreale storia dell’arbitro Omar Artan, fresco di prima partecipazione al Mondiale a coronamento della sua carriera, che si è visto rispedito in patria dall’ICE, dopo essere stato trattenuto in dogana, per un’omonimia con un terrorista?

Che questo Mondiale sembrasse un prototipo per la costruzione di un prodotto commerciale ce lo ha confermato lo stesso Gianni Infantino, quando, giusto una settimana fa, ha lanciato l’idea di vendere una parte dei mondiali a fondi privati per un valore di circa 4,2 miliardi di dollari, tra i quali un fondo guidato da Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump.

La visione è semplice: se si svuota lo sport di valori non monetizzabili, resta solo il linguaggio del mercato.

Ѐ innegabile e non necessariamente un fattore negativo che il mondo del calcio, anche nelle singole federazioni, si sia evoluto in un soggetto economico, ma per far convivere questo cambiamento con il senso più profondo dello sport in una società, forse potremmo cominciare a riflettere su un controsenso.

Se ci viene detto che il mondo calcio è un fattore economico che porta ricchezza, investimenti e posti di lavoro, perché invece di accentrare i guadagni nelle mani di poche persone già esageratamente ricche, non si redistribuiscono seguendo una logica che si basi sulle poche semplici parole che oggi hanno dipinto il ritratto di Franco Baresi?

Condivisione, Gioia, Affetto, Armonia.

Non è forse questo quello che desideriamo, a prescindere dalla nostra condizione economica?

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Lorenzo Imprescia

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