Teach You a Lesson: quando il K-drama incontra il poliziottesco all’italiana

teach you a lesson copertina

Una task force governativa che risolve il bullismo scolastico a mani nude. Teach You a Lesson, la nuova serie Netflix coreana riporta alla mente un filone del cinema italiano che sembrava sepolto — insieme alle sue ambiguità politiche più scomode.

C’è un genere cinematografico che l’Italia ha inventato, esportato e poi rimosso con una certa fretta dalla propria memoria culturale. Il poliziottesco degli anni Settanta — quel filone di thriller urbani violenti, popolati da commissari manganellatori e criminali glamour — ha attraversato i decenni come un parente ingombarante: troppo popolare per essere ignorato, troppo compromesso per essere rivendicato. Oggi, a cinquant’anni di distanza, una serie coreana disponibile su Netflix ripropone in modo sorprendentemente fedele le stesse strutture narrative, gli stessi meccanismi emotivi, le stesse domande politiche irrisolte. E forse anche gli stessi rischi.

Il sistema che fallisce, l’eroe che interviene

Teach You a Lesson parte da una premessa che qualunque sceneggiatore di Umberto Lenzi avrebbe riconosciuto immediatamente: le istituzioni non funzionano, i potenti sono protetti, le vittime restano sole. La risposta narrativa è altrettanto familiare — una figura solitaria, fisicamente formidabile, moralmente autorizzata dal proprio dolore personale, che fa quello che la legge non riesce o non vuole fare.

Nel caso della serie coreana, questa figura opera all’interno di una task force governativa fittizia incaricata di intervenire nei casi più gravi di sopraffazione all’interno delle scuole. Il contesto è reale: quello coreano è un sistema scolastico sotto pressione, in cui le gerarchie sociali si riproducono nelle aule e in cui chi ha le spalle coperte raramente paga le conseguenze delle proprie azioni. La finzione usa questo sfondo per costruire qualcosa di dichiaratamente fumettistico — coreografie impossibili, uno contro tutti, battute nel mezzo dei combattimenti — ma la rabbia che incanalizza è tutt’altro che inventata.

Stessa operazione facevano i poliziotteschi. Dietro le sparatorie improbabili e gli inseguimenti che ignoravano la geometria stradale c’era una società reale: l’Italia degli anni di piombo, della criminalità organizzata che dilagava nelle periferie, della percezione diffusa che i tribunali assolvessero e i potenti fossero intoccabili. Il commissario che prendeva a pugni il boss che il codice penale avrebbe liberato era una risposta — rozza, spettacolare — a qualcosa di molto concreto fuori dalla sala.

Il problema che nessuno nomina

Qui, però, la comparazione diventa scomoda. Perché il poliziottesco non era semplicemente un cinema della frustrazione sociale: era, in larga parte, un cinema di destra. Il suo pubblico — e spesso i suoi autori — non chiedeva soltanto giustizia più rapida. Chiedeva meno diritti per i sospettati, meno garantismo, meno ostacoli tra l’autorità e la punizione. La manganellata del commissario era catartica anche perché, per una parte del pubblico, rimandava a qualcosa di più specifico: la nostalgia per un ordine che i movimenti degli anni Sessanta avevano incrinato, il fastidio per una classe politica percepita come debole, il desiderio di uno Stato che sapesse essere duro quando necessario.

Non tutti gli spettatori del poliziottesco erano fascisti. Ma il fascismo ci sguazzava benissimo. Autori come Lenzi o Stelvio Massi costruivano i loro commissari su una visione del mondo in cui i diritti civili erano un lusso che la società non poteva permettersi, in cui la violenza istituzionale era accettabile purché colpisse le persone giuste. Era un’estetica che flirtava con l’autoritarismo senza mai dichiararlo esplicitamente — il che la rendeva più efficace, non meno pericolosa.

Lo stesso rischio, nuova latitudine

Teach You a Lesson non è un prodotto di destra nel senso in cui lo erano certi poliziotteschi. Non c’è una ideologia dichiarata, non c’è una retorica dell’ordine. Ma alcune strutture narrative che utilizza aprono spiragli analoghi. La task force che bypassa le garanzie procedurali è presentata come necessaria perché il sistema ha fallito — ed è una logica che, applicata al di fuori della finzione, giustifica esattamente il tipo di scorciatoia istituzionale che i regimi autoritari usano come argomento di legittimazione. “Le porte legittime erano chiuse” è la frase che precede molti abusi di potere storicamente documentati.

La differenza rispetto al poliziottesco classico è che l’ERPB agisce con un mandato ministeriale: non è un eroe che sfida il sistema, è un’eccezione che il sistema ha creato per se stesso. Il che, paradossalmente, è ancora più inquietante. Non è la giustizia selvaggia del commissario Betti di Maurizio Merli, che almeno si sapeva fuorilegge. È la violenza resa procedura, la sopraffazione con timbro approvato.

Il regista della serie ha dichiarato di voler raccontare chi è stato abbandonato dal sistema. È un’intenzione onesta. Ma le intenzioni degli autori non controllano il modo in cui i meccanismi narrativi vengono metabolizzati dal pubblico. Il poliziottesco italiano nacque spesso da registi che si consideravano neutrali o addirittura progressisti, e produsse immaginari che la destra usò per decenni.

Catarsi e vigilanza

Questo non significa che Teach You a Lesson sia una serie pericolosa, né che guardare un commissario coreano che fa volare i bulli scolastici produca effetti politici misurabili. La catarsi narrativa è una funzione legittima della fiction, e la distinzione tra la soddisfazione emotiva di una scena d’azione e l’adesione a un programma politico è reale.

Significa però che il filone narrativo che la serie rianima — la giustizia extragiudiziale come risposta alla disfunzione istituzionale — porta con sé una storia che vale la pena conoscere. Il poliziottesco italiano è un caso di studio in come un’estetica nata dalla frustrazione sociale possa essere colonizzata da una visione del mondo che quella frustrazione non risolve, ma sfrutta.

Cinquant’anni dopo, con nuovi costumi e una diversa geografia, la domanda rimane aperta. E la risposta non sta nella serie. Sta in chi la guarda, e perché.

“Teach You a Lesson” è disponibile su Netflix dal 5 giugno 2026.

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Giovanni Currado

Responsabile editoriale dell'agenzia Agr Srl. Giornalista e fotografo, autore di diversi reportage in Asia e Africa. Responsabile dello studio dell'immenso archivio fotografico Riccardi

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