Un pianista, un piroscafo, una porta sull’infinito: di cosa parliamo quando parliamo di Novecento

“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può...

Novecento, Baricco, il pianista sull'oceano

“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito.” Queste sono solo alcune delle parole che troviamo in Novecento, uno dei capolavori di Alessandro Baricco. E subito ci si para davanti una prima immagine: i tasti, l’infinito. Cosa c’entra un concetto fisico-dimensionale con il bianco e il nero del pianoforte? Forse tutto. O forse qualcosa di più.

La scrittura, d’altronde, ha da sempre rappresentato un porto sicuro, in tal senso. Se qualcosa può essere scritto, c’è un’alta probabilità che possa anche essere compreso. E se qualcosa può essere compreso, allora, in qualche misura – forse solo nelle nostre menti, a volte – deve esistere. Quantomeno in forma concettuale.

Scrivere, dunque, serve – in alcuni casi è servito – a organizzare il mondo, a filtrarlo, a renderlo accessibile. Pensiamo al modernismo, ai romanzi di Svevo e Tozzi, oppure ancora di Joyce. Questi scrittori avevano compreso quanto la realtà fosse complessa, nei fatti incomprensibile, ma attraverso la prosa essi cercavano di sgomitolare quella matassa di istanze psichiche e materiali che è, in buona sostanza, la vita. 

E cosa c’è di più incomprensibile dell’infinito? Cosa, a pensarci bene, può spaventare di più della totale assenza di limiti spazio-temporali? È qualcosa che può suscitare fascino, ma anche spavento. Ma anche terrore.

Ed è proprio questo terrore ad essere avvertito dal nostro Novecento, personaggio centrale dell’omonimo romanzo. Lui suona il pianoforte, e attraverso quei tasti conferisce senso al mondo. Proprio come uno scrittore fa con le parole. Novecento vive all’interno di un’imbarcazione, quello è un luogo sicuro: limiti strutturali, imposti dalla fisicità tondeggiante di una nave che custodisce al suo interno segreti e speranze. Quel limite esperienziale lo rassicura. Lo fa stare bene. 

Chi può dire se sia più corretto lasciarsi cullare da quel limite oppure lanciarsi nel vuoto? Chi può dire se sia più sano e naturale guardare negli occhi l’abisso – accettando di essere guardati a nostra volta – oppure se sia preferibile restarsene in disparte? Novecento ha fatto la sua scelta, senza dubbio. E senza dubbio ognuno deve fare la sua, ogni giorno. Anche standosene coi piedi per terra, e non galleggiando in mezzo al mare all’interno della pancia di un piroscafo. Che la scrittura, e anche questo va detto, non serve solo per difendersi. Serve anche a cavalcarlo, quell’abisso. 

A volergli bene, in certi casi.

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Chiara Cecere

Chiara Cecere

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