Un ricordo di Humphrey Bogart nell’anniversario della sua scomparsa

Sessant’anni fa moriva il grande attore americano, interprete di “La foresta pietrificata” di Archie Mayo, “La strada sbarrata” e “Ore...

foto Carlo Riccardi
Humphrey Bogart negli anni Cinquanta

Sessant’anni fa moriva il grande attore americano, interprete di “La foresta pietrificata” di Archie Mayo, “La strada sbarrata” e “Ore disperate” di William Wyler, “Le cinque schiave” di Lloyd Bacon, “Il mistero del falco”, “L’isola di corallo”, “Il tesoro della Sierra Madre” e “La regina d’Africa” di John Huston, “Casablanca” di Michael Curtiz, “Acque del Sud” e “Il grande sonno” di Howard Hawks, “La fuga” di Delmer Daves, “Solo chi cade può risorgere” di John Cromwell, “I bassifondi di San Francisco” di Nicholas Ray, “L’ultima minaccia” di Richard Brooks, “Sabrina” di Billy Wilder, “L’ammutinamento del Caine” e “Il colosso  d’argilla” di Mark Robson.

Nato a New York nel dicembre 1899, icona del cinema americano classico (sicuramente il più citato della storia del cinema – da Jean-Luc Godard al Woody Allen di Provaci ancora, Sam), intramontabile mito per differenti generazioni di donne per via del suo personaggio di “touch guy” dall’animo nobile, viene esortato dal padre medico a seguire le sue orme, ma lui si fa espellere dalle scuole superiori e si arruola in Marina durante la Prima guerra mondiale. A causa dell’esplosione di una granata rimane leggermente ferito al labbro superiore e da allora la ferita medesima e un conseguente piccolo difetto di pronuncia della “s” (blesità) rimarranno caratteristiche peculiari del suo volto e della sua recitazione.

Comincia a calcare le scene teatrali all’inizio degli anni Venti e nel 1930 esordisce – senza successo – in un cortometraggio.

Per circa quattro anni si divide fra teatro e ruoli secondari sul grande schermo – Anima e corpo (1931) di Alfred Santell, Big City Blues (1932) e Three on a Match (1932) di Mervyn Le Roy, La sedia elettrica (1934) di Chester Erskine – fino a quando, nel ’34, ottiene un ottimo successo sul palcoscenico nel ruolo del gangster Duke Mantee in La foresta pietrificata e il suo collega ed amico Leslie Howard – La primula rossa (1934) e futuro Ashley di Via col vento (1939) di Victor Fleming – lo proporrà per lo stesso ruolo anche nella versione cinematografica di due anni dopo, diretta da Archie Mayo ed interpretata anche dallo stesso L. Howard e da una giovane Bette Davis.

La sua eccellente performance, che caratterizza la figura del fuorilegge in modo differente in confronto ai precedenti modelli, gli fa ottenere un contratto di sette anni con la Warner Bros e, fino al ’41 gira oltre venticinque film – fra cui La strada sbarrata (1937) di William Wyler, Legione nera (19379 di Archie Mayo, Gli angeli con la faccia sporca (1938) di Michael Curtiz, Strada maestra (1940) di Raoul Walsh, e anche alcuni B-movie –  riproponendo di frequente lo stesso personaggio di gangster, via via arricchito di nuove sfumature.

Unica eccezione è rappresentata da Le cinque schiave (1937) di Lloyd Bacon, in cui interpreta un avvocato idealista e determinato, ruolo che gli servirà in seguito per sviluppare ulteriormente il suo personaggio di uomo disincantato e controcorrente, ma nello stesso tempo ancorato alla sua ferrea morale personale.

La svolta definitiva della sua carriera arriva nel ’41, con l’interpretazione di Earle, il gangster protagonista di Una pallottola per Roy di Raoul Walsh, personaggio violento e cinico ma sensibile, braccato dagli agenti di polizia nella sua solitudine fisica e morale, e che diventerà il prototipo di tutti i difensori della giustizia che interpreterà negli anni successivi. A partire, nello stesso anno, dal detective Sam Spade nel noir Il mistero del falco (1941) di John Huston e soprattutto con l’apparentemente cinico Rick in Casablanca (1942) di Michael Curtiz, in cui recita con Ingrid Bergman, Paul Henried, Claude Rains, Conrad Veidt e Peter Lorre, e con cui ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista; dolente e altruista “eroe” che si sforza per non sembrare tale e che sacrifica il benessere, l’amore (e forse anche la vita) per la causa antinazista.

Consacrato come nuovo “eroe romantico” del grande schermo, si ripresenta nelle stesse vesti in Acque del Sud (1944) di Howard Hawks, in cui recita con la giovane Lauren Bacall (1924-2014) – al suo primo film -, che diventerà sua compagna nella vita e sua bravissima partner in alcuni film noir, fra cui spicca Il grande sonno (1946) di Howard Hawks, tratto dal libro di Raymond Chandler – già cosceneggiatore dell’eccellente Double Indemnity (1944) di Billy Wilder, uno fra i maggiori noir americani degli anni Quaranta -, in cui offre un’efficace caratterizzazione del detective Philip Marlowe; un’interpretazione ai limiti dell’autoironia e con cui dovranno misurarsi tutti gli attori che, in epoche successive, interpreteranno lo stesso personaggio – su tutti il grande Robert Mitchum in Marlowe, il poliziotto privato (1975) di Dick Richards ed in Marlowe indaga (19789 di Michael Winner).

Con Lauren Bacall recita anche in La fuga (1947) di Delmer Daves e L’isola di corallo (1948) di John Huston.

Personalità anticonformista anche nella vita reale, nel ’47, insieme a L. Bacall, partecipa ad una marcia contro la cosiddetta “caccia alle streghe” che stava cominciando a segnare l’epoca del maccartismo (1947-55).

Negli anni successivi, continuando a tener fede al suo personaggio di uomo disincantato dalla ferrea morale, interpreta film di vario genere. Fra i suoi ruoli drammatici Il tesoro della Sierra Madre (1948) di John Huston, in cui è un avventuriero in cerca d’oro, I bassifondi di San Francisco (1949) di Nicholas Ray, in cui, con maggiori approfondimenti psicologici e maggior coscienza sociale, ripropone il personaggio dell’avvocato difensore dei deboli maltrattati dalla società e dalla vita, La contessa scalza (1954) di Joseph L. Mankiewicz, in cui è un regista che “perde la battaglia” per l’attrice di cui è innamorato.

Mette a frutto le sue esperienze giovanili da marinaio nell’avventuroso La regina d’Africa (1951) di John Huston, in cui è Charlie Allnut, proprietario di un vecchio battello che viene convinto da una missionaria (interpretata da Katharine Hepburn) a far la guerra ai tedeschi da solo con la sua imbarcazione. La sua fine e calibrata interpretazione verrà premiata con l’Oscar come Miglior Attore Protagonista (l’unico della sua carriera).

Tre anni dopo tornerà in mare in L’ammutinamento del Caine (1954) di Edward Dmytryk,  con Fred MacMurray, José Ferrer e Van Johnson. Nello stesso anno si mette alla prova anche nella sophisticated comedy con Sabrina (1954) di Billy Wilder, con Audrey Hepburn e William Holden e Martha Hyer.

Torna a interpretare un fuorilegge in fuga nell’ottimo Ore disperate (1955) di William Wyler.

Fra gli altri film ricordiamo Sahara (1943) di Zoltan Korda, Il giuramento dei forzati (1944) di Michael Curtiz, Nebbie (1945) di Curtis Bernhardt, in cui interpreta un uxoricida, Solo chi cade può risorgere (1947) di John Cromwell, La seconda signora Carroll (1947), con Barbara Stanwyck interpretando nuovamente un ruolo negativo, Il diritto di uccidere (1950) di Nicholas Ray, L’ultima minaccia (1952) di Richard Brooks – considerato (insieme a Quarto potere  di Orson Welles, L’asso nella manica di Billy Wilder, Un volto nella folla di Elia Kazan, Prima pagina di  B. Wilder, Quinto potere  di Sidney Lumet, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, Sindrome cinese di James Bridges, Diritto di cronaca di Sydney Pollack, Sotto tiro di Roger Spottiswoode) come uno fra i migliori film americani sul giornalismo mai realizzati  -, ed in cui è bravissimo nel ruolo di un caparbio e coraggioso direttore di un giornale in lotta contro un boss criminale, Non siamo angeli (1955) di M. Curtiz, La mano sinistra di Dio (1955) di Edward Dmytryk.

Il suo ultimo film sarà Il colosso d’argilla (1956) di Mark Robson, in cui interpreta un uomo che, guastato dal corrotto mondo della boxe – che gli aveva fatto scendere tutti i gradini della degradazione morale -, riguadagna la fiducia in se stesso e nei suoi principi.

Alcune foto di Humphrey Bogart, scattate dal grande fotografo Carlo Riccardi (classe 1926) si possono vedere cliccando qui.        

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Alessandro Poggiani

Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi e articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, fiere librarie e vernissages.

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