Vivere i classici: cosa ha da dirci, dopo 101 anni, Italo Svevo

La coscienza di Zeno venne pubblicato per la prima volta nel 1923. È passato un bel po’ di tempo, da...

La coscienza di Zeno

La coscienza di Zeno venne pubblicato per la prima volta nel 1923. È passato un bel po’ di tempo, da allora, e da poco l’opera ha spento le sue prime cento candeline, confermandosi nuovamente come uno dei romanzi più divertenti ed emblematici del secolo scorso. Di questo libro si sa tutto e niente. Della coscienza umana, d’altronde, non si può sapere che tutto e niente.

Perché il capolavoro sveviano, nei fatti, parla di questo. Di quegli esseri strani e contorti, a volte sadici, a volte semplicemente buffi in modo quasi provocatorio, che sono gli umani. 

Zeno Cosini, infatti, protagonista del romanzo e irresistibile personaggio tridimensionale, è un uomo come tanti. Ha sogni, aspettative. Studia legge, poi chimica, poi ancora legge. Studia e fuma, fuma tante sigarette, una dopo l’altra, e non riesce mai a smettere. Disegna sulle pareti della sua stanza due lettere, U.S., come un presagio, un ammonimento: ogni giorno, infatti, potrebbe essere il giorno dell’Ultima Sigaretta. Ma tutto ciò non avviene, Zeno non smetterà mai di fumare. Proprio come noi non smetteremo mai di chiederci che cosa lo spinga a fissare ogni giorno una nuova data per celebrare la sua ipotetica defezione dal vizio del fumo. Sono pensieri circolari – circolari come certe boccate, come certe forme geometriche assunte dal fumo che fuoriesce dalla bocca – quelli che interessano il mondo di quest’uomo curioso, ma non singolare.

Esitante, noioso, forse – ma mai deludente.

Zeno non delude perché non crea aspettative, né tantomeno vuole che certe aspettative gli vengano cucite addosso. Si sposa e ha due figli, ma non vuole recitare la parte del patriarca. Perché dovrebbe, in fondo? Per accontentare un mondo alla deriva? Per far felice una certa idea di esistenza borghese? Per piacere a se stesso? Si ha l’impressione che quest’uomo si piaccia già abbastanza. Non ha tempo da perdere con la costruzione imbranata di flaccide apparenze. O forse ce l’ha, ma lo usa male; non raggiunge il suo scopo. Resta un uomo atipico. Molto simpatico, questo è certo.

Cosa ha da dire La coscienza a cento anni dalla sua pubblicazione? Molto. Moltissimo, a dire il vero. Quello di Svevo è un libro che educa la mente di chi legge alla complessità. Ai tormenti dei rapporti e delle situazioni. Alle sfaccettature dello scibile e del vivibile. Alle tensioni. Ai terremoti.

Attraverso l’autoanalisi che scaturisce dalla narrazione di Zeno, il nostro protagonista (che non diventa mai il nostro eroe) ci mostra i tranelli dell’esistenza, ci mostra come evitarli – quando possibile – e con quali armi affrontare la realtà. Zeno è molto ironico, e la sua ironia lo salva. Sta tutto qui, forse. 

La coscienza, dopo oltre un secolo, torna, puntuale come un orologio svizzero, a raccontarci nuovamente una grande verità: la realtà è vasta, immensa, e noi non la vediamo tutta. La nostra visione è sempre parziale, spezzettata. La nostra soggettività è importante, fondamentale, quasi, ma non tocca a noi distribuire le carte. Il mondo è caotico, pieno fino a scoppiare di storie e sguardi parziali:  tutto ciò è ingovernabile. Zeno ci toglie la certezza di avere uno sguardo oggettivo. Zeno ci toglie la certezza di avere ragione.

E mano male, aggiungerei.

Chiara Cecere

Chiara Cecere

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