Il docufilm “Enrico Calamai. Una vita per i Diritti Umani” nella Biblioteca di Sacrofano “Al Tempo Ritrovato”

proiezione docufilm "Enrico Calamai": una vita per i Diritti Umani"

E’ stato proiettato sabato 20 giugno 2026 nella Biblioteca Comunale di Sacrofano (RM) “Al Tempo Ritrovato” il docufilm di Enrico Blatti (regista e presidente ANPI III Municipio Roma Montesacro) Enrico Calamai. Una vita per i Diritti Umani. L’autore ha dialogato con Rosario Grenci (ex funzionario del Ministero degli Esteri).

Presente Susanna Gulinucci, presidente del comitato culturale “Ritrova il Tempo” (che, su incarico del Comune di Sacrofano ed in accordo con Assessorato e Ufficio alla Cultura e Assessorato al Bilancio, si occupa quotidianamente di organizzare e gestire eventi, iniziative ed attività culturali in biblioteca).

Il docufilm racconta lo straordinario impegno di Enrico Calamai (classe 1945), giovane console d’Italia a Buenos Aires dal 1972 al 1977. Con coraggio e grande senso del dovere, E. Calamai salvò più di trecento connazionali dalla dittatura militare argentina, mettendo i diritti umani al centro della sua azione diplomatica.

Un appuntamento per ricordare, riflettere ed onorare una figura che ha fatto della vita e dei Diritti Umani le sue missioni di vita.

Il libro

Niente asilo politico. Diplomazia, diritti umani e desaparecidos (Feltrinelli, 2016)

«Esiste una molla che spinge l’uomo ad aiutare chi si trova in pericolo di vita» (Enrico Calamai)

«E’ stato un silenzio durato oltre vent’anni, nel quale tutto si è andato oscurando. Poi sono intervenuti esseri umani in carne e ossa a dimostrare amicizia, a riesumare ricordi. E’ stato come dare corrente a uno schermo nebbioso, che lentamente riprende a produrre bagliori. Sono andati apparendo situazioni e collegamenti, ma sono rimaste fantasmi le vite di allora. Molto è del tutto sfumato. Forma sfocata anche l’io prima del tunnel.

Questo non è un libro di storia. E’ il tentativo di fissare l’intermittenza di ricordi che risalgono agli ormai lontani anni Settanta del XX secolo, nel pieno di quella guerra mondiale che a torto o a ragione chiamavamo fredda. Che per circa quarant’anni ha impregnato le vite di singoli, famiglie e società al punto di farci credere di vivere in pace. E’ stata un’esperienza professionale che mi ha portato a contatto della violenza di Stato in una società da definirsi in tutti i sensi occidentale e cristiana. Una violenza deliberatamente spinta oltre le categorie che caratterizzano l’umano fin dagli albori della civiltà: notturna, incomprensibile e terrorizzante, come se un intero Paese fosse diventato lo scenario di una tardiva tragedia greca e, insieme, di un futuribile film dell’orrore.

Che i militari argentini non arretrassero di fronte a tortura e omicidio, lo si sapeva; ma non si poteva immaginare che avessero deciso di applicare al proprio popolo le tecniche di sterminio del nazismo. Una soluzione finale, diretta a liberare il Paese da ogni opposizione, una volta per tutte.

I governi, che avevano gli strumenti per sapere e per intervenire, non fecero niente. Tentarono anzi di trarre il maggior vantaggio possibile dalla loro collaborazione alla strategia di oscuramento e negazione, necessaria perché i militari potessero portare tranquillamente a termine i loro piani.

Mi riferisco soprattutto alle grandi democrazie occidentali e in particolare all’Italia, che pure aveva in Argentina una delle sue più importanti collettività all’estero. Al Vaticano, che già aveva taciuto ai tempi del nazismo. Alla stessa Unione Sovietica: paradossalmente, dato che tutti si giustificava in nome della lotta contro la sovversione comunista; ma andrebbe approfondito anche il ruolo dei media nel loro insieme, almeno quelli italiani, che pure avevano saputo ben diversamente indirizzare l’opinione pubblica in occasione del golpe di Pinochet, appena tre anni prima. E, in fin dei conti, il ruolo della stessa disorientante mitopoietica di un’epoca non poi così lontana.

In generale, ho evitato i nomi o ne ho messi di approssimativi a persone che, se ancora sono vive, certo non contano più. Ciascuno con le sue circostanze, non siamo stati altro che incerte comparse di una trama i cui protagonisti sono le mostruose realtà operanti sulla scena internazionale: gli Stati, cioè tutti noi, l’umanità come è strutturata. Ho anche avuto difficoltà nel ricostruire l’ordine dei fatti narrati, data la tendenza dell’insieme dei ricordi a compenetrarsi nel tempo, schiacciandosi l’uno nell’altro come una macchina rottamata. Mi sono comunque sforzato di avvicinarmi per quanto possibile all’autenticità di una ormai semicancellata vicenda personale, sapendo di non poter escludere lacune ed errori, ma attenendomi al criterio di evitare le mistificazioni. Nella speranza di contribuire a mettere a fuoco i meccanismi di potere accanto al cui operare mi è capitato di trovarmi. A far meglio conoscere un modo di fare la storia che può riprodursi, ancora e dovunque, sia pure con altre apparenze. Nella convinzione che un mondo diverso sia possibile» (Enrico Calamai, prologo a E. Calamai, Niente asilo politico. Diplomazia, diritti umani e desaparecidos, Feltrinelli, Milano 2016)

Nel 1972 il giovane diplomatico Enrico Calamai viene inviato in Argentina con la carica di viceconsole. A Buenos Aires sembra di essere in Europa. Sono molti gli argentini con doppio passaporto, figli di emigrati che hanno la cittadinanza italiana. Nel 1974, pochi mesi dopo il golpe cileno dell’11 settembre 1973), E. Calamai viene inviato a Santiago del Cile. L’ambasciata si è riempita di rifugiati di origine italiana che chiedono un asilo politico che il governo italiano non vuole concedere, pur di conservare buoni rapporti con l’esercito cileno e con gli americani. Calamai, invece, aiuta i rifugiati: mette a punto una strategia che permetta loro di fuggire in Italia. Il periodo cileno è un’esperienza formativa per il giovane diplomatico, il quale, di lì a breve, sarebbe tornato in Argentina. Nel 1976, quando i generali argentini prendono il potere, l’ambasciata italiana rafforza i suoi dispositivi di sicurezza per impedire di entrare agli italoargentini in cerca d’asilo. La repressione argentina è più dura e subdola di quella cilena, ma Calamai riesce ugualmente ad aiutare molte persone, in maniera discreta, con una rete di soccorso ed informazione che comprende l’inviato del «Corriere della Sera» Giangiacomo Foà, il sindacalista Filippo Di Benedetto (rappresentante della Cgil a Buenos Aires), un frate coraggioso, alcuni sacerdoti (fra i quali il quarantenne Jorge Mario Bergoglio, il futuro Papa Francesco), alcuni volontari dell’ambasciata e suo fratello Marco Calamai (all’epoca giornalista di «Rinascita», settimanale del PCI). Ne salva molti e prova ad avere notizie anche dei desaparecidos, fino a quando, nel 1977, non viene richiamato a Roma.

Il libro è dedicato «Alle vittime ignote del nostro benessere»

Enrico Calamai (Roma, 24 giugno 1945), ex diplomatico, console a Buenos Aires fra il 1972 ed il 1977, riuscì a mettere in salvo ed a far espatriare centinaia di oppositori politici del regime. Nel biennio 1976/77 mise più volte a repentaglio la propria vita. Ai tempi della dittatura militare argentina, infatti, la maggior parte di coloro i quali/le quali si opponevano alla politica del generale Jorge Rafael Videla e della sua giunta di criminali entravano a far parte della lunga lista di sequestrati, torturati e/o assassinati (in molti casi lanciati vivi nell’Oceano Atlantico o nel Rio de la Plata con i cosiddetti “voli della morte”). E. Calamai ha dichiarato più volte di aver sempre e solo fatto ciò che riteneva opportuno, sovente scontrandosi con le logiche burocratiche del consolato e con la mancata presa di posizione da parte del governo italiano dell’epoca, che preferiva una politica di comodo con le istituzioni argentine, lasciandolo da solo a salvare centinaia di persone. Rientrato in Italia, nel 2000 è stato chiamato a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Ha portato a conoscenza dei giovani la propria testimonianza, girando per decine di scuole, università e manifestazioni, e presentando più volte il suo libro Niente asilo politico (Feltrinelli, 2016). Ha contribuito a fondare il Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani. Nel dicembre 2004, nell’ambasciata della Repubblica Argentina in Italia, è stato decorato con l’Orden del Libertador General San Martin. A lui è stata dedicata la puntata di La storia siamo noi intitolata Enrico Calamai: un eroe scomodo. Dal 2010 è onorato al Giardino dei Giusti di Milano.

E. Calamai ha descritto la sua esperienza con la dittature militare argentina in due pubblicazioni: Faremo l’America e Niente asilo politico. Diplomazia, diritti umani e desaparecidos. La prima è una raccolta di impressioni, scritte dal punto di vista di un funzionario del Consolato italiano che ogni giorno ascolta le richieste, i drammi, le difficoltà, le speranze di cittadini italiani che si presentano in consolato, ognuno con la propria storia. E’ scritto con una tecnica di scrittura creativa. Il pensiero dell’ascoltatore (ovverosia il Console) di fonde con le parole dell’interlocutore/interlocutrice (il cittadino/cittadina), in una dimensione spazio-temporale che cerca un significato ed una via di fuga. La seconda (Niente asilo politico) è invece un diario dell’esperienza di E. Calamai in Sud America. Ha inizio nel 1972, anno in cui arriva a Buenos Aires presso il consolato italiano. Giovane funzionario, di lì a breve viene inviato in Cile, dove ha modo di conoscere il regime totalitario di Augusto Pinochet, a fianco dei rifugiati presso l’Ambasciata italiana. Richiamato in Argentina, descrive l’attività svolta fra salvati e sommersi, l’omertà del governo italiano dell’epoca e del consolato, la barbarie delinquenziale dei militari, i desaparecidos, la tenacia, la caparbietà e l’eroismo delle madri di Plaza de Mayo.

Il libro di Enrico Calamai Niente asilo politico. Diplomazia, diritti umani e desaparecidos, pubblicato da Feltrinelli (Milano) nella collana “Universale economica” – pp. 224, euro 12,00 -, è disponibile in libreria dal gennaio 2016.

Il docufilm di Enrico Blatti Enrico Calamai. Una vita per i Diritti Umani è stato proiettato nella Biblioteca di Sacrofano “Al Tempo Ritrovato” sabato 20 giugno 2026.

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Alessandro Poggiani

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da vent'anni circa, ha lavorato come battitore per libri, saggi ed articoli, e come segretario di produzione per un docufilm su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore, con la Dino Audino editore e con AGR. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e fotografo in occasione di incontri, convegni, presentazioni, fiere librarie, vernissages

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