Sono andato a visitare Cortona On The Move e, tra le mostre che più mi hanno colpito, c’è Guilty Ground della fotografa olandese Steffi Reimers, allestita alla Fortezza del Girifalco. E’ un lavoro che parte da una vicenda precisa e dolorosa della storia criminale italiana: i luoghi della Calabria nei quali, dopo i rapimenti, alcuni ostaggi sono stati tenuti prigionieri per mesi o addirittura per anni.
Ma è proprio qui che il lavoro di Reimers compie uno scarto interessante. Perché nelle sue fotografie gli ostaggi non ci sono. Non ci sono i sequestratori, non ci sono le armi, non ci sono le corde, le minacce, le trattative. Non c’è nulla di ciò che normalmente associamo alla rappresentazione di un sequestro. Rimangono i luoghi.
E quei luoghi, fotografati oggi, sembrano improvvisamente assumere una funzione diversa. Una casa, una stanza, un terreno, un anfratto, un pezzo di campagna non sono più semplicemente ciò che vediamo. Diventano prigioni senza sbarre, spazi apparentemente normali che la memoria trasforma in luoghi della costrizione.
E’ questa, forse, la forza maggiore di Guilty Ground: fotografare l’assenza per farci percepire una presenza. Guardando queste immagini si avverte una forma di inquietudine che non nasce necessariamente da ciò che la fotografia mostra, ma da ciò che costringe lo spettatore a immaginare. È come se ogni inquadratura contenesse una domanda: che cosa è accaduto qui? Dove si trovava l’ostaggio? Quanto tempo ha trascorso dentro questo spazio? Che cosa vedeva dalla finestra? Quante volte avrà percorso quegli stessi pochi metri? E soprattutto: come cambia la percezione del tempo quando il tempo non ti appartiene più?
Per un sequestrato il luogo non è soltanto uno spazio fisico. E’ la misura della propria privazione. Una stanza può diventare un mondo intero quando non puoi uscirne. Un pezzo di terra può trasformarsi in un confine invalicabile. Una porta, anche se apparentemente normale, può assumere il significato di una frontiera.
E qui entra in gioco il tempo, forse il vero protagonista invisibile del progetto. Nei sequestri di persona il tempo non scorre come nella vita normale. Si dilata, si ripete, si svuota. Giorni che diventano settimane, settimane che diventano mesi, mesi che possono diventare anni. Il sequestrato non dipende soltanto dai suoi carcerieri per mangiare, bere o muoversi: dipende da loro per sapere, o non sapere, quando finirà quella condizione. Il futuro diventa qualcosa che non può più controllare.
Reimers non racconta tutto questo attraverso una fotografia spettacolare. Al contrario, sembra sottrarre spettacolarità alla tragedia per restituirle una dimensione più mentale. I luoghi sono spesso silenziosi, immobili, quasi indifferenti. Ed è proprio questa apparente normalità a renderli perturbanti.
La fotografia documentaria, in questo caso, non serve a dimostrare un fatto ma a riattivare una memoria. Il luogo diventa una specie di reperto, ma un reperto ancora vivo, capace di produrre immagini nella mente di chi guarda.
C’è qualcosa di profondamente fotografico in questa operazione. La fotografia nasce infatti da un paradosso: mostra il presente e contemporaneamente parla dell’assenza. Qui quel paradosso diventa il centro del racconto. Reimers fotografa ciò che è rimasto dopo che la violenza è passata, ma riesce a farci percepire proprio la violenza attraverso ciò che non vediamo.
E forse è anche per questo che Guilty Ground mi ha colpito. Perché racconta il crimine senza fotografare il crimine. Trasforma la geografia in psicologia e il paesaggio in una forma di memoria.
Alla fine non sono più soltanto i sequestratori ad aver imprigionato quelle persone. In qualche modo, anche quei luoghi sono rimasti prigionieri di ciò che è accaduto. Una volta che una casa, una grotta o un pezzo di campagna sono stati teatro di una storia del genere, difficilmente possono tornare a essere soltanto una casa, una grotta o un pezzo di campagna.
E’ questo il guilty ground di Steffi Reimers: una terra che conserva una colpa che non è sua, ma che non può più essere innocente.
articolo di Luciano del Castillo





