C’è qualcosa di inevitabilmente sospetto nella prima mostra di un giornalista. Soprattutto quando quel giornalista arriva all’arte dopo molti anni passati dentro una redazione, con l’occhio allenato alla notizia, alla scelta, alla sintesi, alla necessità di dare un nome alle cose.
Il sospetto è che continui a volerle spiegare. Con Mothers of Invention, alla Strati d’Arte Gallery di Roma (via Sicilia, 133-135) – dal 9 al 26 settembre, a cura di Diana Daneluz – Massimo Sebastiani prova invece a fare una cosa più difficile: rinunciare alla spiegazione.
Non è poco, soprattutto per uno che per anni ha lavorato all’ANSA, dentro quella fabbrica dell’informazione dove il mondo arriva in frammenti e bisogna trasformarlo rapidamente in qualcosa di leggibile. Prima ancora c’era stata la musica, altro territorio nel quale il tempo, il ritmo e la costruzione hanno un peso fondamentale. Poi il giornalismo, con il suo bisogno di precisione. Adesso la pittura, o qualcosa che alla pittura si avvicina senza volerle necessariamente obbedire.
Ed è proprio qui che la mostra diventa interessante. Sebastiani non sembra voler dimostrare di essere diventato un pittore. Per fortuna. Sarebbe una battaglia persa in partenza e, soprattutto, una battaglia inutile. Il suo lavoro parte da immagini digitali, le manipola, le stratifica, le porta verso una dimensione nella quale il riconoscibile perde progressivamente la propria autorità. Quello che interessa non è più il fatto, ma ciò che il fatto diventa quando smette di essere immediatamente identificabile.
E’ un passaggio che, per un giornalista, ha quasi qualcosa di sovversivo. La realtà, nel giornalismo, deve essere riconosciuta. Nell’arte può essere tradita. E Sebastiani la tradisce.
Le quattro serie presentate – Il volto misterioso, Le case di Roma, Le stagioni e Differenza e Ripetizione – non vanno cercate come capitoli di un racconto lineare. Sono piuttosto variazioni su un’ossessione: quanto può cambiare un’immagine prima di smettere di essere quella che era?
La domanda è apparentemente formale, ma sotto c’è qualcosa di più profondo. Viviamo in un mondo nel quale l’immagine è diventata una specie di moneta senza valore. Ne produciamo continuamente, le moltiplichiamo, le consumiamo e le dimentichiamo con una velocità che rende quasi impossibile la memoria. Sebastiani parte proprio da questa materia inflazionata e tenta di restituirle un peso.
La cosa curiosa è che lo fa usando il digitale per arrivare all’oggetto. Un paradosso che mi sembra più importante di molte delle dichiarazioni teoriche che accompagnano l’arte contemporanea: l’immagine nasce dentro un ambiente nel quale tutto è infinitamente riproducibile e finisce invece per diventare un pezzo unico, fisico, appeso a una parete.
Come se Sebastiani avesse bisogno di togliere l’immagine dal suo ambiente naturale per costringerla finalmente a respirare. E qui ritorna la musica. Non tanto nelle citazioni o nei riferimenti, quanto nella struttura stessa del lavoro. Una variazione musicale non cancella il tema originale: lo sposta, lo altera, lo mette in tensione con qualcosa d’altro. Lo stesso sembra accadere in queste opere. La ripetizione non produce identità, ma differenza. L’immagine torna, ma non torna mai davvero uguale.
E’ un’idea che trova una sponda esplicita in Differenza e Ripetizione di Deleuze, ma che non ha bisogno di essere filosoficamente certificata per funzionare. L’opera deve prima di tutto stare in piedi da sola. E alcune di queste immagini ci riescono proprio quando smettono di chiedere allo spettatore di riconoscere ciò che hanno davanti.
La parte più interessante del lavoro, infatti, non è quella nella quale Sebastiani dimostra di saper costruire un’immagine. È quella nella quale accetta che l’immagine gli sfugga.
Perché l’artista, a differenza del giornalista, non deve necessariamente avere l’ultima parola. E forse Mothers of Invention racconta proprio questo piccolo rovesciamento di potere.
Per anni Sebastiani ha lavorato in un mestiere nel quale l’immagine – quando c’era – doveva testimoniare qualcosa. Doveva essere prova, documento, memoria di un avvenimento. Anche quando non pretendeva di essere oggettiva, portava sulle spalle il peso della realtà.
Qui quel peso viene deposto. Le immagini non testimoniano. Non documentano. Non informano. Non hanno nemmeno l’obbligo di essere belle, parola che nell’arte contemporanea spesso viene pronunciata con una certa vergogna.
Possono essere semplicemente inquietanti, ambigue, persino scomode. Ed è questa, a mio avviso, la direzione nella quale Sebastiani dovrebbe continuare a spingersi.
Perché il rischio di una prima mostra è sempre quello di essere troppo educata: mostrare ciò che si sa fare, costruire una grammatica riconoscibile, mettere in ordine le proprie ossessioni. Ma l’arte, quando funziona davvero, comincia spesso nel momento in cui l’ordine salta.
Mothers of Invention è dunque meno una mostra di pittura che una prova di libertà. Un uomo abituato per mestiere a cercare la realtà decide finalmente di non trovarla. E forse è proprio questo il momento in cui comincia davvero a vedere.
Articolo di Luciano del Castillo








